Amy, amori sbagliati e lacrime che si asciugano da sole.

Amy amava Blake. Glielo si legge in quegli occhi che bucano lo schermo del cinema ogni qualvolta vengano inquadrati.
Videocamera, smartphone, obiettivo professionale: non importa con quale mezzo siano stati ottenuti i centinaia di fotogrammi raccolti nel documentario “Amy – The Girl Behind The Name“, perché quegli occhi lì  – pixel di risoluzione in più o in meno – finiranno comunque per restarti incollati al cervello.

Mi è sempre piaciuta Amy Winehouse, con quella voce ruvida e corposa che difficilmente potresti dimenticare dopo un paio di hit. Con quel suo essere un’outsider praticamente in tutto: nella timbrica, nello stile e perfino nell’applicazione dell’eye-liner.
Sarà poi che c’ho questa sorta di propensione per i drammi d’amore, ma una che canta “Love is a losing game” mi è stata subito simpatica a pelle. 

 

La cantautrice dei cuori fragili, delle notti insonni, della solitudine, dei telefoni che smettono di squillare: quelle strofe che trasudano vita vissuta in cui è impossibile non identificarsi almeno una volta.
In un’industria musicale di pop-eroine “senza macchia – di mascara – e senza paura”, unite nel grido di battaglia “Who run the world? Girls!“, Amy è invece la portavoce di quella femminilità più umana ed intima che appartiene a tutte le donne a cui il mascara cola, eccome.
Amori sbagliati e strade che si separano, ma anche leggerezza, autoironia e voglia di ricominciare: la musica di Amy è un raffinatissimo melting pot di emozioni e di spaccati di vita reale, senza filtri.
Al di là del personaggio eccentrico e sopra le righe, ho sempre trovato Amy un’artista molto genuina e schietta nel suo modo di raccontarsi e nel documentario “Amy – The Girl Behind The Name” è proprio a questa Amy che il regista Asif Kapadia ha deciso di rendere omaggio.
L’Amy donna che vibrava, nei suoi alti e nei suoi abissi, oltre il nome ed il personaggio: una carrellata di immagini, musica ed estratti video che ripercorrono la sua breve vita, partendo dagli esordi fino ad approdare al successo, per poi trascinarti lungo quel declino che nel giro di pochi anni l’ha portata via per sempre.
L’amore per la musica, la dolcezza, l’umiltà ed il british humor, ma anche le fragilità, la bulimia, la dipendenza da uomini sbagliati, dalla droga e dall’alcol: in “Amy – The Girl Behind The Name” c’è (quasi) tutto quello che i media non hanno raccontato per anni. C’è la storia di una donna fragile e sola come tante altre, ma con un talento fuori dal comune.

Ed anche se fa male vedere quegli occhi che, da incisivi ed intelligenti, si sono spenti ed ammutoliti sotto l’effetto di certi demoni interiori, ogni volta che ascolto “Tears dry on their own” ringrazio la vita per averci donato un’artista come lei:

“Non dovrei recitare di nuovo la parte di me stessa/dovrei solo essere la migliore amica di me stessa/e non fregarmi da sola avendo in testa stupidi uomini/ Lui va via, il sole cala, lui vive il giorno/ma sono io che sono cresciuta e in quest’ombra grigia e triste/ le mie lacrime si asciugano da sole.

Quanto ci manchi, Amy.

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Cancella e riavvolgi.

Come cantavano i The Cardigans: cancella e riavvolgi. Ogni volta che questo film ti sembri un melodramma senza fine,…