Sindrome dell’arto fantasma: amori troppo belli per durare per sempre.

“La sindrome dell’arto fantasma è la sensazione anomala di persistenza di un arto dopo la sua amputazione o dopo che questo sia diventato insensibile: il soggetto affetto da questa patologia ne avverte la posizione, accusa sensazioni moleste e spesso dolorose, talora addirittura di movimenti come se questo fosse ancora presente.” 

Ci sono amori che quando finiscono sono come delle amputazioni d’emergenza. Tac. E l’arto – infetto, malato e dolorante – finisce dritto nel cesto dell’umido. Poco romantico lo so, ma tant’è. 

Sono quegli amori che hanno finito per logorarsi dall’interno, come un cancro che divora un tessuto sano e robusto, senza terzi all’attivo (chiamiamole “corna”, se vi è più familiare il termine), senza grandi tragedie che ne avessero potuto presagire la rottura, senza un cazzo di niente.
 
Tac. Bum. Fine della storia. Tante care cose.

La “sindrome dell’arto fantasma” è più o meno quello che si prova quando una storia d’amore finisce laddove inizia la consapevolezza che insieme – ora e così – non si può più stare. Quel punto di rottura a cui non sai manco dire com’è che ci siete arrivati. Quella piccola crepa sulla parete che ha finito per trasformarsi nel crollo del muro di Berlino nell’anno in cui sei nata. (E diciamo che essere venuta al mondo “sotto il segno di un muro preso a picconate”, comincia a spiegare molti aspetti della mia vita #MaiUnaGioiaForEver).

Superata infatti quella fase che ha più o meno le stesse sembianze delle diatribe mature e costruttive del pubblico di “Forum” (“non è colpa mia, è colpa tua – no tua! – no tuaa! – no tuaaa!”, ecc.), subentrano i classici sintomi della “sindrome dell’arto fantasma”. Non importa per mano di chi sia stata effettuata l’amputazione: finirete entrambi per sentire la mancanza l’uno dell’altro.
Il telefono che ha smesso di squillare già da un po’. La notifica di WhatsApp che puntualmente non è quella che stavi aspettando. Ritrovarsi a scrivere messaggi chilometrici per poi salvarli in archivio. Ritrovarsi a scrivere messaggi chilometrici per poi cancellarli su due piedi (e già che ci sei : archivi la conversazione, oscuri il profilo e cancelli il numero, per essere sicura di non cadere più in tentazione. Specie dopo due giri di vodka lemon).
Le foto appese al muro. Un biglietto da visita – quello di un motel orribile dove avevate pernottato un po’ per sbaglio ed un po’ per disperazione – ritrovato in una tasca della borsa del mare. Quei libri che hai preferito restituire, perché averli sempre sotto gli occhi è peggio della tortura cinese della goccia sulla fronte.

 
E non importa se lui ti ha lasciata, se tu lo hai lasciato o se vi siete mandati reciprocamente affanculo: quando una storia finisce solo perché non era più destinata ad essere, quella storia – che sembrava unica ed invincibile – continuerà (forse) a mancarti per sempre. A formicolare sotto la pelle. Ad affiorare sotto la coltre di polvere degli anni che passano. A tormentarti prima e dopo il sonno.
E a che serve poi non parlarsi più, fare finta di non conoscersi, demonizzarsi l’uno con l’altro: si può serbare rancore e disprezzo verso una storia finita per meschinità, superficialità e cattiveria, ma davanti ad un amore che si è consumato in modo indisturbato, senza che nessuno potesse fare altrimenti, l’unico sentimento che emerge è quello della sconfitta. Nessuna vittima, nessun carnefice: perché in amore si combatte fianco a fianco, sotto la stessa bandiera, con indosso la stessa divisa.
E quando (ci) si perde, si perde da ambo le parti.

 
Perché come cantava un tempo Arisa (prima che iniziasse ad andare in giro conciata come un animale da rave party): “Né vincitori né vinti, si esce sconfitti a metà/ la vita può allontanarci, l’amore continuerà“.
Si, in un modo o nell’altro, l’amore continuerà. 

avrai

AVRAI.

Avrai. Migliaia di scalini da salire, strade da percorrere a fari spenti, luoghi in cui sopravvivere. Avrai giorni bui in…