Born this way. (Chi mi ama mi segua.)

C’è chi alla mia età sogna la convivenza o il matrimonio e poi ci sono io, che desidero soltanto un paio di Dr Martens ai piedi ed una valigia pronta sotto al letto.

Nonostante questa mia natura ribelle e (decisamente) poco romantica dia parecchie noie a mia madre – e a tutte le altre donne della mio parentato, alle quali ho sempre negato ‘presentazioni ufficiali’ e ‘cene di famiglia’ con il boy-friend del momento – , non posso certo prendermi troppe colpe per essere nata così come sono.
Una voce fuori dal coro. Stonata come certe audizioni di X-Factor.
D’altra parte i miei genitori dovrebbero almeno riconoscere di avere qualche responsabilità circa la mia natura da eterna outsider: voglio dire, se avessero davvero voluto avere una figlia ‘normale’ mi avrebbero potuto chiamare in qualsiasi altro modo, fuorché Dorotea.
Da quando ho cinque anni convivo infatti con l’imbarazzante unicità del mio nome e con gli “eh?” che la gente bofonchia non appena fa la mia conoscenza – per non parlare degli squallidi taroccamenti della mia identità, tra i più celebri “Teodora/Dorella/Doriana”-, quindi credo di avere pure il sacrosanto diritto di soffrire di qualche turbamento della sfera affettiva.
O no?

A quella scartavetratrice di coglioni di Cenerentola, ho sempre preferito l’impavida Pocahontas, Mulan la coraggiosa, la curiosità intelligente di Rapunzel o il genio ribelle di Merida – quella che ha gareggiato per conquistare la sua stessa mano (dio, che figa!). 

Mi sono sentita molte volte come Jo di Piccole Donne, a quindici anni sognavo un fidanzatino con i dread e c’è stato un periodo della mia vita in cui avrei voluto sposare Billie Joe, il front-man dei Green Day (che per mia madre sarebbe potuto tranquillamente essere l’anti-genero): ho frequentato il liceo classico e studiato Medicina, ma sono da sempre un emisfero destro dominante – creativo, anticonformista e a tinte technicolor.
Accettare la propria natura che mal si sposa con le aspettative generali, tipo che tua nonna sogna di vederti al fianco di un giovane primario (si, mia nonna è rimasta alla meritocrazia degli anni ’50!) mentre tu ambisci al pirata tatuato con un debole per le motociclette ed il rock’n roll, spesso può essere un tantino doloroso. 

Una spina nel fianco. Un sassolino nella scarpa. Un dito nella piaga.

Ti chiedi cosa c’è che non va in te, perché diavolo non sogni “un abito bianco con lo strascico di tre metri” invece di un Herve Leger rosa corallo, che “chissà quando ti deciderai a mettere la testa a posto“, che “guarda che fare i figli dopo i 35 anni è faticoso“, che “all’orologio biologico mica si scappa“, che “poi magari gli uomini si stufano di tutta questa ribellione e va a finire che te ritrovi zitella a quaranta e passa anni“.
Che non si può scappare in eterno. Essere l’attimo (s)fuggente per tutto il resto della tua vita. Vivere di assaggi, di prime volte, di girate di tacchi fino a che il Signore non ti prenderà sottobraccio dicendoti “Dorotè, andiamo, che s’è fatta ‘na certa“.
Lo so. Ma sono fatta così. Sono nata così.
Inquieta e per nulla addomesticabile.
Lascio che al momento a fare le donne di casa, le fidanzate perfette, le madri premurose siano le altre.
Io voglio solo essere me stessa: con gli Stones in sottofondo, un biglietto aereo in mano ed una ex-promessa dello skateboard (con almeno cinque costole rotte) al mio fianco.

Ma mi vado benissimo anche da sola.

avrai

AVRAI.

Avrai. Migliaia di scalini da salire, strade da percorrere a fari spenti, luoghi in cui sopravvivere. Avrai giorni bui in…