Elogio del "carpe diem". E di tutto quello che verrà.

 
Un borsone da preparare in meno di mezz’ora: un jeans di ricambio, due magliette, slip neri e qualche pezzo di lingerie “sexy french” (tanto per sentirmi come una Lolita “on the road”). Poter fare benissimo a meno dei tacchi (meglio un paio di espadrillas ricamate), imbrattare casa di post-it con su scritto “ricordati di prendere lo spazzolino” (che puntualmente dimentico), due (facciamo tre, va!) passate di silk-epil con Virtual Insanity di Jamiroquai nelle cuffie.

 L’attesa di un bip sul telefono.
Eccomi“.
Borsone in spalla, occhiali a specchio sul naso, si va.
 

Se c’è una certezza che ho fatto mia negli ultimi mesi è che le giornate è meglio non programmarsele: che la vita è vita, mica un palinsesto della televisione.

 

Ho smesso di rimanerci male per le cose che “non vanno come devono andare“, per le promesse non mantenute, per quelli che “poi ci organizziamo” e che invece alla fine non si sono preoccupati di organizzare un bel niente: ho smesso di rimanerci male, semplicemente perché certi “progetti” non li faccio più.
Ho riscoperto la bellezza dell’imprevisto con un biglietto a/r low cost per Napoli, con un weekend lampo al mare, con una birra ghiacciata in prima serata (quando mi ero già detta “stasera niente alcol”), con un piercing al trago in un pomeriggio qualsiasi.
Ho smesso di perdere anni di vita solo per organizzare viaggi in cui far quadrare budget, itinerari e giorni con quelli di persone per le quali, forse, quel viaggio non era importante tanto quanto lo era per me: ho rivalutato invece la genuinità di un viaggio che si consumi nell’arco di ventiquattro ore. La destinazione scelta sue piedi, qualche centinaio di chilometri da percorrere in macchina, perdersi per una manciata di ore nella bellezza di una città mai visitata prima, fermarsi a cenare in un ristorante sconosciuto e solo perché la faccia del proprietario ispira simpatia. Una piccola avventura. Senza budget, senza itinerari, senza orari. Solo con la volontà di godersi il momento.

Ieri Siena, un giorno – con la complicità di qualche spiccio in più nel portafoglio – magari New York. O una folle fuga a Las Vegas con l’amica del cuore.

 

Sono arrivata al punto di realizzare che l’infelicità in cui sembravo essere piombata nell’ultimo periodo era sostanzialmente dovuta non tanto al vedere “cancellati” – o semplicemente posticipati – certi miei progetti di vita, quanto a questo mio stramaledetto vizio di dovermi pianificare l’intera esistenza. 

E a venticinque anni, pianificarsi la vita,  non è semplicemente da sfigati: è come morire dentro.

A fare troppi progetti si finisce col perdere tutte le altre occasioni che la vita ci mette davanti, senza averci chiesto nessuno schema in cambio. Quelle occasioni che magari vanno e poi non vengono più. Mentre stai lì, ad inveire contro il mondo intero solo perché certe cose non vanno come avresti voluto, si corre il rischio di perdere il valore della spontaneità e della naturalezza con cui andrebbe affrontata la vita.

Si, per iniziare ad essere nuovamente me stessa, ho smesso di fare progetti e di illudermi di poter addomesticare il tempo ed i suoi imprevisti.

E per sicurezza, ho sempre un borsone a portata di mano.

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Cancella e riavvolgi.

Come cantavano i The Cardigans: cancella e riavvolgi. Ogni volta che questo film ti sembri un melodramma senza fine,…