"Come restare vedove senza intaccare la fedina penale": quando la vendetta è a prova di 'manicure'.

Luce l’ho amata dal primo momento, con quei chili di mascara e quella jumpsuit anni ’80 che ti fanno subito venire voglia di mettere su l’intera discografia della Carrà. E lo stesso potrei dire di Consuela, che lava superfici e striglia pavimenti con un’esuberanza ed una genuinità da barrio latino.  Certo, Costanza è un tantino troppo perfettina per i miei gusti e Speranza l’avrei presa volentieri a sberle più di una volta perché si, per carità, la cucina bio sarà anche buona, ma voi mette il picco di colesterolo dopo ‘na cofana de patatine fritte del Mc Donald che spara dritto al fegato?!?!

Le protagoniste di “Come restare vedove senza intaccare la fedina penale” – in programmazione al Teatro Due di Roma fino al 30 novembre – sono quattro ‘bizzarre’ creature femminili che sembrano essere uscite dal peggiore degli incubi di qualsivoglia maschio medio in circolazione.  Lo spettacolo di Stella Saccà e Luca Manzi porta infatti in scena un insolito quartetto in gonnella che si riunisce nella desolazione di un seminterrato – location assai poco adatta ad un incontro tra signore, c’è da ammetterlo! – con l’intento di mettere su una società a delinquere molto particolare: un patto di sangue e rossetto, in cui ognuna delle protagoniste si impegna ad uccidere il marito dell’altra.
La colpa dei malcapitati in questione? Averle rese infelici.
Quattro personalità eccentriche  e a tinte technicolor che incarnano con ironia i vezzi, le debolezze e le mille sfaccettature del genere femminile contemporaneo. Quattro spiriti irriverenti che scaldano il palcoscenico con un’esuberanza ed una spontaneità talmente sopra le righe che, paradossalmente, per noi spettatrici è come guardarsi allo specchio. Quattro donne diverse tra loro unite dal minimo comune multiplo dell’infelicità: storie lontane che si incontrano, scontrano e confrontano con ilarità tra le pareti di un seminterrato. 

E se la storia della ‘vendetta che va servita fredda‘ (possibilmente in testa, con un bel colpo di cric!) sfuggirà un tantino di mano al quartetto strampalato – per non parlare della loro caccia alla felicità -, non si può certo dire che Luce, Consuela, Costanza e Speranza non ce la mettano tutta per lanciare un bel messaggio di solidarietà femminile.
Che si sa che noi donne all’inizio stiamo lì sulla difensiva, a scrutarci l’una con l’altra, a pavoneggiarci di questo e di quest’altro, ad azzuffarci come gatte nella stagione degli accoppiamenti solo per mettere a tacere le nostre insicurezze. E la crisi ormonale del momento.
Noi donne però spesso dimentichiamo di avere un dono: sappiamo dare il meglio di noi stesse quando decidiamo finalmente di spogliarci di aculei ed orpelli, mostrandoci nella nostra interezza, ferite comprese. Senza trucco e senza inganno. Specchiandoci l’una nell’altra. Appoggiandoci l’una all’altra.
Noi, che sappiamo rendere caldo ed accogliente persino un anonimo seminterrato.