Ho la crisi dei 25 anni. E non c'entra il matrimonio.

Sono in crisi. E non è la classica scusa. Io sono in crisi davvero. Lo dice perfino un articolo dell’Huffington Post: hai 25 anni (va bene anche semplicemente sentirseli, tipo Terence Hill, eh) e non hai la benché minima idea di che cazzo fare della tua vita? Stay soft, sorella! E’ solo il tuo momento di crisi e gli psicologi sono dalla tua parte. Goditelo.

Ho 25 anni da quasi un anno ormai, stanno per scattare le 26 candeline (con molta calma, però) e nei (quasi) trascorsi 365 giorni da venticinquenne non ho fatto altro che sentirmi come un paio di Birkenstock alla biennale di Venezia: totalmente alla cazzodicane

(Scusate il linguaggio tamarro “andante”, ma gli psicologi dicono che le parolacce fanno bene alla salute. Magari è la volta buona che dico addio al colon irritabile, ndr)

 

Ho trascorso i miei mesi da venticinquenne nell’oscillazione altalenante tra la crisi di identità (diciamo che pure la ricrescita pilifera della stagione fall/winter non ha dato una mano in questo…) e quella dell’insoddisfazione cronica: ho cercato allora di alleviare le mie paturnie con il cibo (e c’è mancato poco che finissi tra le specie marine protette da Green Peace), la palestra (e c’è mancato poco che mi partisse il ginocchio destro), lo shopping (e c’è mancato poco che mio padre mi denunciasse all’ATGP – “Associazione a Tutela dei Genitori Prosciugati”),  e perfino con il sesso ( e c’è mancato poco che andassi dall’autrice di “50 sfumature di ‘sta cippa” a dirle “Darling, torna pure a magnà i cupcake.”).

Mi sono sentita constantemente inadeguata ed in ritardo sulla tabella di marcia, i miei “successi” mi sembravano più banali dei selfie di Kim Kardashian, percepivo la mia corsa verso una non meglio identificata “meta” come quella del criceto Hamtaro sulla ruota: una grandissima perdita di tempo e di energie (che tanto la cellulite è l’unica che non schioda manco se ti fai la maratona di New York insieme a Gianni Morandi).

I giorni lenti, le emozioni tiepide, le notti insonni, le passioni che si affievoliscono e quelle che si perdono, il blocco dello scrittore e quello dello studente, le serate in disco che diventano tutte uguali, i viaggi che invece di arricchirti ti svuotano. Perfino i baci, le coccole, gli abbracci non mi rimanevano addosso per ore come mi capitava un tempo.
A 25 anni ho scoperto di essere un mattone refrattario. Con la voglia di stare da sola.
Arrivo perfino a pensare di avere una lievissima forma di depressione, mi convinco che magari la colpa è degli ormoni (mia nonna alla mia età aveva già sfornato una manciata di pargoli, ed io solo quest’anno ho imparato ad applicare i tampax, per dire!), poi un giorno vado al mare, bevo un bicchiere di vino in più, ed inizio a piangere.
 
Ma mica due lacrime da soap-opera adolescenziale, eh, quello era un pianto tipo Rose-che-vede-morire-Jack-in-mezzo-all’Oceano Atlantico
Mi sono sentita impotente davanti a quel fiume in piena, senza avere la più pallida idea di dove fosse il rubinetto da chiudere, almeno per rassicurare i presenti.
Impotente e al tempo stesso più serena. Perché piangere significa reagire. Perché se reagisci vuol dire che riesci ancora a provare qualcosa.

Se reagisci, sei viva.

Poi un giorno un’amica mi whatsappa ‘sto post, “Do, questo è per noi!” – mi scrive -, leggo il titolo e mi tranquillizzo: “Ho già 25 anni e sono un adolescente nel pieno della crisi del quarto di vita“.

Allora, benvenuta nel club, dolcezza!


Il club dei venticinquenni spauriti, quelli con la bussola in hangover, quelli che ormai “the best is yet to come, un par di palle!” Quelli che non ci sperano, però in fondo ci sperano (cosa? ah, boh!), quelli che dopo la laurea si sentono più ignoranti di prima, quelli che il lavoro non lo trovano e se lo trovano beh, non era esattamente così che se lo erano immaginato. Quelli che vorrebbero fare tutto e non riescono a fare niente, quelli che corrono ma restano sempre fermi allo stesso punto. Quelli che ad un matrimonio ci vanno solo come invitati, quelli che all’amore hanno smesso di credere, che magari meglio star da soli, un “trombamico” e via (ma tanto alla fine se ne innamorano).

Che bello però vederselo scritto nero su bianco, e non solo nella propria testa: la mia non è una malattia. E’ solo la crisi dei 25 anni.

Ed ora voglio godere dei mesi che mi restano.

Prima che arrivi quella dei 26.

cancella

Cancella e riavvolgi.

Come cantavano i The Cardigans: cancella e riavvolgi. Ogni volta che questo film ti sembri un melodramma senza fine,…