Depressione post-partum: la favola dei bambini morti ammazzati dalle proprie madri.

In principio fu il lupo cattivo. Poi arrivarono l’orco, l’uomo nero, lo sconosciuto che ti offre una caramella: sin da piccoli, nonostante la tenera età e la spensieratezza dell’infanzia, veniamo quasi subito messi al corrente dell’esistenza del male. C’è però da dire che nonostante le filastrocche, i cartoni animati, gli ammonimenti e le raccomandazioni sulla questione, nessuno si è mai preoccupato di raccontarci la favola delle mamme che uccidono.
Samuele, Semyon e (forse) Loris sono solo alcuni degli sfortunati protagonisti di una favola – crudele ed amara – che a stento riusciamo ad accettare come realmente accaduta e non come semplice frutto di dicerie popolari. Una favola in cui non ci sono né Pollicini né Cappuccetti Rossi: la favola delle mamme che uccidono è la storia dei bimbi ammazzati da quelle stesse mani che li hanno tante volte accarezzati, stretti ad un seno, cullati ed accompagnati all’asilo.
Nel turbinio e nel marasma delle polemiche e delle tante banalità che vengono dette – scritte in maiuscolo, twittate, condivise e scagliate – ogni qualvolta si abbia notizia di un infanticidio, in pochi hanno l’umiltà di scendere dal pulpito – che spetterebbe di più ai preti – e di smettere i panni del popolino che durante la Rivoluzione Francese incitava il boia al suo dovere, per interrogarsi sui perché di un fenomeno che, ahimè, non sembra poi essere tanto di nicchia.
La depressione post-partum fa parte di un corollario di sintomi e segni caratterizzanti la sindrome omonima che interessa donne di ogni età a pochi giorni dal parto avvenuto: ad oggi si stima che più del 70% delle donne in questione soffra di una leggero disturbo depressivo – denominato baby blues –  mentre nel 10% di casi si riscontra una vera e propria forma di depressione.
La depressione post-partum è sostanzialmente causata dal trauma del travaglio e dai successivi sconvolgimenti  ormonali che vanno poi a sommarsi a tutta una serie di fattori ambientali – i nuovi ritmi imposti dal bambino, le condizioni sociali, economiche ed affettive in cui riversa la neo mamma – : l’aggravarsi o meno dello stato depressivo – che nei casi più lievi si autolimita spontaneamente nell’arco di alcune settimane – è sicuramente condizionato dalla natura e dallo stato psicologico della donna. E’ noto infatti che personalità fragili e con bassa autostima possano più facilmente entrare nel tunnel della depressione senza tuttavia riuscire a trovare da sole una via d’uscita.
La psicosi è infine l’ultimo gradino di questa ripida e pericolosa scala che prende il nome di depressione post-partum: una scala senza ritorno, che spesso culmina con un terribile lancio nel vuoto. Il suicidio. L’infanticidio.
Mi chiedo allora quanti infanticidi ci saremmo potuti risparmiare se solo si fossero date le giuste attenzioni a queste donne bisognose di aiuto e sostegno psicologico: dov’erano i padri, i familiari, le amiche del cuore, le istituzioni quando queste donne davano segni di sofferenza e di squilibrio?
Perché caro il mio popolino urlante “assassina!“, se bisogna fare un processo spietato, che lo si faccia a tutte le parti interessate!
Il mio post è un post di informazione e di rigorosa oggettività. La depressione – e non necessariamente “post-partum” – non è una chimera: è una tristissima realtà. Perché per quanto ci si possa indignare al cospetto delle mamme killer, bisogna anche arrendersi al cospetto dell’immensa fragilità umana che ci riguarda tutti: nessuno si può sentire immune e vaccinato a riguardo.
Non ho dunque intenzione di prendere posizioni, di formulare giudizi  – o peggio – di sminuire e di giustificare la brutalità e lo squallore degli omicidi dei più piccoli. Perché i bambini morti ammazzati dalle loro madri fanno tremare anche il cuore dei più cinici. 
I bambini soffocati in culla, quelli gettati dal quarto piano, quelli affogati in vasca – o in mare -, quelli con il cranio fracassato dal fantomatico oggetto contundente.  Gli stessi bambini che non fanno in tempo ad essere pianti e seppelliti che subito il loro corpicino viene dato in pasto ai mass media e ai talk show del primo pomeriggio. No, i bambini morti ammazzati dalle proprie madri non dovrebbero esistere. 
Quanta esasperazione e quanta solitudine riecheggia nei gesti sconsiderati di queste “assassine” multipare. Quanto immenso dolore le attende nel resto della loro vita. Quanto orrore proveranno verso se stesse quando saranno in grado di realizzare, quando non avranno più il cervello lavato dalle benzodiazepine, dalle chiacchiere degli avvocati e da quelle degli opinionisti di Canale 5.
Nel mio piccolo mi sento di voler far luce – anche solo attraverso poche righe – su una patologia troppo spesso taciuta e sottovalutata. Neo mamme: chiedete aiuto e consiglio, non vergognatevi della vostra fragilità ed imparate ad ascoltare il vostro corpo!

Che qualcuno abbia poi pietà – e rispetto – delle piccole vittime, che non hanno certo bisogno di continui commiati televisivi e mediatici : fate silenzio o se proprio volete dire qualcosa, dite qualcosa di intelligente e che poi si dimostri essere concreto ed utile. Dite, scrivete, rassicurate: “Donne, la depressione post-partum esiste… ma insieme possiamo combatterla“.

A tal proposito segnalo una bellissima associazione che si occupa di prestare supporto ed aiuto a tutte le neomamme : ho fatto la conoscenza di Salvamamme grazie ad un corso frequentato presso l’Ospedale San Camillo Forlanini di Roma e sono rimasta davvero entusiasta dalla varietà delle iniziative proposte e svolte in favore delle mamme e dei loro piccoli. Per maggiori info: Salvamamme.it

Che sia davvero una buona festa della mamma.

Altri link utili: depressionepostpartum.it