Fatti sentire ogni tanto,eh.

Avete ragione.
Avete talmente ragione che se io e voi fossimo una coppia alle prese con il divorzio, il giudice non solo mi farebbe un culo grosso come una casa, ma sequestrerebbe anche la mia intera collezione di scarpe. E Dio solo sa quanto io adori le scarpe.
Ma partiamo con ordine.
Me ne sono andata.
Non nel senso del ciao core o del bye bye baby, che dir si voglia: ho semplicemente fatto i bagagli e preso il primo aereo per il centro Europa. Che poi, semplicemente, un par di maròn glacè, visto che mi sono dovuta caricare tutta la collezione autunno/inverno del mio guardaroba. (Non che nessuno mi abbia obbligata eh, ma si sa che noi donne siamo megalomani: perchè accontentarsi di due paia di jeans, un cappotto e un paio di biker boots, se Dio ha inventato Zara e il bagaglio da stiva?)

Inutile dire che chiunque abbia stabilito i limiti di peso delle valigie e dei bagagli a mano di certe compagnie low cost, donna non è sicuramente. E non mi stupirei se oggi avesse la cataratta e soffrisse di emorroidi, con tutte le macumbe che gli ho mandato a ridosso della partenza.

Il primo impatto con la mia nuova città non è stato certo memorabile.
Ma questo è un po’ quello che accade all’inizio delle migliori storie d’amore.

Sarà che la stanza dove avrei dovuto alloggiare per i prossimi mesi era un piacevole mix tra una cella di Guantanamo e la soffitta di Heidi. Una roba che ci sarei morta di aspergillosi in meno di tre settimane. Una roba in cui l’assenza di bidet e di lenzuola pulite, passavano tranquillamente in secondo piano. Ora, io capisco che gli studenti sono in gran parte easy going, capisco il mood sessantottino (stile una branda per tutti, tutti per una branda) che alberga nel mondo universitario, ma questo non significa che si abbia a che fare con degli animali. Cioè, non è perchè c’ho ventidue anni e magari un piercing all’ombelico, mi devi far dormire come i compagni del soldato Ryan. Ma sti grandissimi ciufoli dello spirito di adattamento, io sono venuta qui per studiare, mica per entrare nei corpi speciali o nelle cellule anti terroristiche. Addirittura, dopo aver trovato finalmente un appartamento come si deve ( complice un pizzico di fortuna e la vocazione da agente immobiliare della mia compagna di viaggio) e dopo aver riconsegnato le chiavi della stanza degli orrori, siamo state invitate non solo a disfare i “letti”, ma anche a piegare quelle che secondo loro erano lenzuola. E voglio dire, io mica sono sbarcata dall’Italia con il mio guardaroba up to date, per piegare lenzuola di un dormitorio.

Poi mi sono finalmente sistemata.
I capelli.
I documenti.
La casa.
I bagagli (quasi).

Non mi fermo da quando ho messo piede in terra straniera. Una folle corsa.
Un giro infinito tra metro, tram e marcia campestre.
Con la testa che va a tremila, con gli occhi che si fanno pesanti ma con l’entusiasmo nelle vene.

E’ come avere sedici anni, con lo zaino in spalla e molti sogni nel cassetto.
E’ come averne cinque, davanti ad un negozio di giocattoli, con gli occhi sgranati e i pugni stretti.
E’ come avere carta bianca e una biro nuova di zecca.
E’ come iniziare una nuova storia d’amore.
Di quelle con le farfalle allo stomaco, nonostante il timore di scottarsi con le emozioni.

A presto, 
D.

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