Gallina vecchia…


Mi capita spesso di pensare che la generazione di mia madre e quelle precedenti, tutto sommato, abbiano avuto un gran culo. Siamo obiettive: con gli standard di bellezza e di stile di questi ultimi anni (potrei cominciare a citare in giudizio gli stylist già dai tempi di Baby One More Time) non è affatto facile vestirsi. Certo, se fai parte del team di Victoria’s Secret sarai sicuramente splendida anche con un sacco dell’immondizia addosso e senza alcun dubbio non avrai la benchè minima occasione di patire l’ansia da dress code. Che si tratti di un top striminzito o di una tuta informe, per te fa lo stesso ,con quel chilometro e mezzo di cosce che ti ritrovi. Brutta stronza. Sarai sicuramente una di quelle che non ha mai sofferto la crisi adolescenziale da brufolo e da rotolino adiposo, una di quelle che a quattordici anni già poteva fare le scarpe a Claudia Schiffer. 
Noi comuni mortali, invece, dobbiamo far fronte ai colpi di testa degli stilisti, sempre più convinti di vestire un popolo di battone piuttosto che studentesse e lavoratrici che non abbiano a che fare con cubi e pole dance. E manco con un red carpet, se per questo, dal momento che non si chiamano Adriana Lima, ma Francesca, Antonella e Mariagiovanna Junior. Un popolo di donne vere, in carne ed ossa, con i loro difetti da nascondere e con il loro vezzi da schiudere al sole: certo che con la minigonna inguinale abbinata al mocassino superflat, magari la Kournikova fa il suo figurone, noi piuttosto sembriamo un gruppo di terremotate di Haiti ospiti da Bruno Vespa. 
Mia mamma, per celare i suoi difetti, poteva contare sul jeans a vita alta, sui chamisier a fantasia, sui vestiti a trapezio e sulle culotte strategiche, mentre mia nonna se l’è cavata alla grande tra panciere e sottovesti in pizzo.
 E io su che cosa dovrei contare? Per citare qualcuno, su una beata minchia.
Oggi se non c’hai almeno due paia di perizomi nel cassetto è tua madre stessa a chiamare l’ordine delle consorelle più vicino a casa per farti venire a prendere. Oggi se non entri in quel pantaloncino striminzito o se non c’hai niente da strizzare in quel top da radiografia, beh, comincia a farti due domande sulla tua utilità nel ciclo della specie. Per fortuna ogni tanto gli stilisti, invece di disegnare abiti che starebbero bene solo ad un’attrice porno,o peggio ancora, a Cloris la zingara, hanno l’accortezza di ripescare qualche capo, qualsivoglia dettaglio che appartenga alle mode passate. E che ci faccia giustizia.
Dio benedica il vitange.
Rassicurante e d’impatto.
Sexy ma con carattere.

Da oggi anche il brand low cost Mango è entrato nell’olimpo dei benefattori delle ragazze normal-size, avendo creato un’intera linea di abiti e accessori che si ispira liberamente alle atmosfere (e alle furbate modaiole!) degli anni Settanta. 
Cintole alte, fantasie #tranquilla.che.il.rotolo.nun.te.se.vede e linee morbide sono tra i dettagli cult della nuova collezione per la primavera 2012.
Potevo forse lasciarmi sfuggire l’opportunità di parlarvene nella consueta rubrica fashion del mercoledì?


“…Un giro per i mercatini vintage della città, una sbirciatina al guardaroba della mamma, e perchè no, della nonna, e tutto quello che mi viene in mente è : mio Dio, perchè mi hai abbandonata?!
Spesso mi chiedo che cosa io abbia fatto di male per meritarmi di nascere quando ormai andavano di moda le zeppe da prostituta e il rossetto viola acido: sono venuta al mondo negli anni dell’ecstasy, dei video di Shania Twain e dei collarini in velluto. Mi sono persa i jeans a zampa d’elefante, le minigonne di Mary Quant, le serate al Piper con Patty Pravo e i fricchettoni con le basette. Si, posso considerarmi ufficialmente una persona inutile. In compenso ho vissuto l’epoca delle tute in ciniglia, l’epoca dei reality di Paris Hilton e dei jeans con le mutande bene in vista: già, che culo. (…)Mango sembra avermi letta nel pensiero: il marchio made in Barcellona sembra aver dato ascolto alle mie rivendicazioni fashion e alla mia voglia di allure vintage. Per la primavera 2012 il brand low cost si è infatti liberamente ispirato alle linee, ai colori e alle atmosfere dei meravigliosi anni Settanta: jeans a vita alta, gonnellone gipsy, fantasie foulard e dettagli in suede sono i protagonisti indiscussi della nuova collezione… “
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Certo che se al posto di una top model come Kate Moss (che di sicuro non conosce il significato della parola cellulite) avesse messo Geppi Cucciari come testimonial ufficiale, saremmo state tutte più contente.

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