Quello che le donne non dicono.

Che non è che si può star sempre lì a chiedere aiuto. Che non è che per ogni minima cosa ci si può riparare tra le braccia di qualcuno.
Di un lui.
Di una lei.

Che prima o poi bisognerà pur imparare a cavarsela da sole. Come quando i collant ti stringono forte il punto vita mentre indossi l’abito più aderente che hai nell’armadio. Come quando il termometro segna i trentotto e sei nel bel mezzo di un meeting di lavoro (ed ovviamente non hai neanche una tachipirina a portata di mano). Come quando vieni mollata con un sms che di virile non c’ha manco le maiuscole (e magari sei in metro, con una voglia pari a zero di piangere davanti ad un gruppo di sconosciuti). Come quando senti di essere in pericolo – seguita o guardata troppo insistentemente da qualcuno – ma fai di tutto per non perdere la lucidità: respira, andrà tutto bene anche stavolta.
Sarà che noi donne non siamo fatte solo di innumerevoli chiacchiere e disquisizioni: spesso siamo fatte di silenzi talmente grandi da potertici perdere. Che  alcune cose – quelle che ci feriscono anche solo a pensarle – preferiamo tenerle da parte. Preferiamo tenercele dentro.
Strette tra i denti, stampate nella testa, cementate nelle ossa. Come un filo di perle al collo. Come un profumo da borsetta.
Le cose che bruciano.
Le cose  che levano il fiato.
Tutte quelle cose che è difficile ammettere perfino a se stesse.
Tutte quelle cose che non riusciamo – stranamente – a dire.
E non è sempre una questione di orgoglio (so-cavarmela-benissimo da sola): spesso è quel piccolo grande bagaglio di malinconia che appartiene al nostro dna. Ad esempio, una donna sa sempre un po’ prima degli altri quando un amore è finito o quando qualcuno le sta mentendo, ma è un dono talmente devastante – a volte –  che quasi rifiuta l’idea di averlo sul serio. Non lo dice apertamente, non lo ammette nero su bianco, ma in cuor suo ha già capito tutto.

 

E le vedi lì, certe donne, con lo sguardo perso nel vuoto mentre sorseggiano pigramente un caffè. Che si mordono il labbro, con il capo poggiato al finestrino dell’autobus. Con le dita sulla tastiera del telefonino. Dita immobili. Dita che vorrebbero scrivere, dita che vorrebbero scorrere, ma non riescono a farlo. Ho bisogno di te.
Bisognerebbe dunque imparare a conoscere le donne non per quello che dicono, ma attraverso i loro silenzi. E mi rendo conto che è un po’ come chiedere la luna in regalo per Natale. Una cosa però è certa: i nostri silenzi non sono il vuoto. Una donna che non parla, non è una donna che non ha niente da dire. I silenzi sono solo l’estensione della nostra lingua: là dove non riesce più a scandire parole, ci pensa la testa a tessere interi dialoghi fatti di pensieri. “A cosa stai pensando?” “A niente“. Bugia. Lei sta pensando al mondo, ininterrottamente, da quando è nata.
Sono silenzi che pesano come un macigno sulla loro stessa testa. Silenzi fatti di dignità, di riserbo, di orgoglio. Silenzi che si fanno sentire, soprattutto quando te li porti dentro. O cuciti sulla pelle.
Silenzi che ci fortificano.
Silenzi che ci rendono immense.
 

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Cancella e riavvolgi.

Come cantavano i The Cardigans: cancella e riavvolgi. Ogni volta che questo film ti sembri un melodramma senza fine,…