Se non uccide, sarà solo l’inizio del tuo viaggio.

Sento un peso sul cuore. Uno di quelli che sa farsi talmente piccolo piccolo nei momenti di spensieratezza, da poter essere (quasi) dimenticato. Uno di quelli che sa farsi altrettanto grande quando mi ritrovo sola con me stessa, che sembra quasi volermi schiacciare viva.

So di avere un soffietto – uno di quelli benigni (o almeno così hanno detto i cardiologi) – ed inizio quasi a pensare che più che un banale difetto anatomico, sia in realtà una strategia inconscia per soffiare via le paure ed i pensieri che attanagliano il cuore. (Anche se devo dire che con il tempo non riesce più a soffiare via granché.)

E’ un peso che mi porto dentro al petto credo da sempre, ormai. E’ il peso delle amicizie finite, degli amori che sarebbero potuti essere (reali, migliori, puliti), di chi non riesco più ad abbracciare, dei luoghi che continuano ad essere un pugno allo stomaco. E’ il peso di chi ha pianto tanto, ma non è stato abbastanza, evidentemente. E’ il peso di chi forse è troppo sensibile per scontrarsi con la realtà pungente ed effimera delle cose: chi va via, chi non è mai venuto. Questa vita è un porto di mare e tu a stento ti senti tagliato per nuotare.

Se mi vedo grassa, inizio a fare la dieta.

Ma con il cuore come si fa?

Come si fa a perdere peso sul cuore?

Le cose che non posso (più) cambiare che staranno sempre lì accatastate nell’androne dei ricordi. Le cose che mi hanno fatto del male, che continueranno a vivere nella persona che sono. Le cose (e le persone) che non ho avuto accanto come avrei voluto, che continueranno a mancarmi per sempre. Tutti i silenzi e le assenze, tutti i colpi di coda e le stilettate a cui non posso porre rimedio: un piccolo grande bagaglio di dolore. Ma qui è tempo di accettare la realtà: ognuno ha la sua valigia ed il suo viaggio, amici. 

Le cose che potrei cambiare. Scrivere un messaggio a quell’amica che mi appare spesso in sogno, con cui ormai non parlo da anni. Abbracciare chi mi ha ferito e dirgli “non importa, ti perdono”. Dimenticare quel passato e guardare oltre. (Ma onestamente non credo di essere ancora pronta a tutto questo.)

Infine, ci sono le cose che posso cambiare: quei piccoli fardelli che potrei lanciare giù da questa mongolfiera in corsa, per viaggiare più in alto. Per viaggiare un po’ più leggera.

Essere meno dura con me stessa e con gli altri. Fare quello che farei se non avessi paura (e tutte le pippe mentali che mi porto dietro dal 1989). Praticare la gentilezza ed il sorriso, quando dall’altra parte c’è voglia di fare un passo in avanti, nonostante quello che è stato. Praticare la gentilezza ed il sorriso, a prescindere.

Dire più “ti voglio bene”. Abbracciare senza aver sempre paura di sbagliare. Ascoltare. Dimenticare. Perdonare con la stessa facilità con cui mi incazzo. Non preoccuparmi di quello che sarà o meno: il destino ha il suo perché (e a questo punto, anche la sfiga).

Non preoccuparmi troppo di quello che pensano gli altri: non avere la stupida presunzione di sapere cosa pensino gli altri di me. Non pretendere di essere perfetta in ogni situazione. Non pretendere di piacere a chiunque. Accettare i limiti, la sconfitta, la stanchezza. Imparare a dire “no” quando è necessario. Imparare a dire “si” ai colpi di testa. Fregarsene, almeno ogni tanto. Essere grata per tutto quello che ho.

Essere grata per tutto quello che non ho (avuto): sarà quello che darò a chi verrà dopo di me. Sarà l’inizio e la meta del mio viaggio. Sarà il senso della mia esistenza. Non un peso, ma un coraggioso punto di partenza.

avrai

AVRAI.

Avrai. Migliaia di scalini da salire, strade da percorrere a fari spenti, luoghi in cui sopravvivere. Avrai giorni bui in…