KEEP CALM…tua sorella.

Sono stanca. Si, sono profondamente stanca.
Sono stanca di essere donna. Donna in età fertile per la precisione. 

Sicuramente se avessi avuto dieci anni o se fossi stata sulla soglia del cateterismo permanente, avrei trovato comunque un buon motivo per lamentarmi, d’altronde la lagna è parte integrante della vita di una femmina: dal pianto greco ai vocalizzi tritamaroni di Alessandra Amoroso, noi donne abbiamo sempre qualcosa in mezzo alle ruote del karma. E non si tratta certo di un paio di scarpe fuori posto.
Che i misogeni e i maschilisti sfegatati all’ascolto mi facciano il piacere di togliersi dalle balle, che oggi non è giornata. Più precisamente oggi è uno di quei giorni lì. Quei giorni in cui tutte le forze del male dell’estetica, dal pelo incarnito alla couperose, dal brufolo sul mento ai talloni in pietra pomice, si vengono a concentrare nello stesso corpo femminile: il periodo premestruale. Un nome articolato, di quelli per cui vanno pazzi tutti i fanatici dello spelling e della divisione in sillabe: due parole talmente musicali e piacevoli che a confronto le filastrocche in rima baciata di Gianni Rodari sembrano i titoli del telegiornale. 

Questo finchè non ne conosci il significato.

Ognuna di noi vive il periodo premestruale in modo diverso: c’è quella che tra un pò manco se ne accorge, dal momento che non-c’ho-n’attimo-pe-famme-la-piega-figurati-per-ste-stronzate-qua, c’è quella che se ne accorge ma non dà a vederlo (ma non sono poi così sicura dei margini di successo di questa filosofia), c’è quella che se ne accorge e te lo fa notare (per la precisione con tutto ciò che le capiti sottomano, dai vaffanculo alla lettiera del gatto) e c’è infine quella in cui sono gli altri a non accorgersene, visto che quella lì ogni giorno c’ha una parola buona per qualcuno e tu non puoi fare altro che augurarle di cominciare a copulare prima o poi. Ma credo che l’augurio non venga espresso esattamente in questi termini.


Se le donne si sentono scoppiare come una macchina per il caffè avvitata male e se sentono l’esigenza di risvegliare il camionista fan di Freddie Mercury che c’è in loro, lanciando improperi in falsetto con gli stessi acuti della tizia dei Matia Bazar, gli uomini assistono sconcertati. E non mi sorprenderebbe se qualcuno di loro nel frattempo si fosse munito di giubbotto anti-proiettile e iscrizione ad un corso di auto-difesa. Anche verbale, se possibile. 

C’è quello intelligente che gira alla larga.
C’è quello coraggioso che cerca di coccolarti.
C’è quello attaccabrighe che ti risponde a tono.
E poi c’è quello imbecille che ti dice “stai calma“.

Ora, tesoro, io non so se tu sia orfano di madre o semplicemente sei cresciuto insieme a ninos de rua, ma mi chiedo perchè alla tua veneranda età ancora ti ostini ad usare impropriamente il verbo calmare, modo imperativo, seconda persona singolare, nei confronti della tua donna. Lascia perdere tutte quelle minchiate del keep calm and carry on: con noi questa roba del calmarsi non attacca proprioFiguriamoci poi i vezzeggiativi come stai calmina/carmela/manza, che tutto ci fanno a noi donne, fuorchè ridere. Anzi se proprio lo vuoi sapere, ci fanno incazzare da morire.
Io dico, sei nato maschio e per tua natura pronunci nell’arco della tua vita un terzo delle parole che io sono in grado di pensare, almeno escitene con frasi intelligenti: che so, escitene con un “amore, come ti sta bene questo vestito!”, invece che fare quella faccia da cassa integrazione ogni volta che esco fuori dal camerino, oppure prendimi per i fianchi e sussurrami “sei mia!”, invece di passare direttamente a sbottonarmi la camicetta con la stessa grazia con cui ti apri la patta dei jeans in un orinatoio. Guardami dritto negli occhi ed esclama con tono virile che “tutto andrà bene”, invece di attaccarti al telefono a chiedere consigli a tua madre: no, noi dell’uomo che ci dice stai calma proprio non sappiamo cosa farcene. Se non carta da macero.

Noi donne passiamo metà della nostra vita ad essere filosofiche, romantiche, frivole e fondamentalmente delle grandi rompicoglioni: l’altra metà la trascorriamo a piangere. Escludendo le delusioni amorose, il travaglio del parto e le repliche di Titanic, per il resto piangiamo senza un apparente motivo. Così, tanto per vincere la ritenzione idrica che-poi-dici-che-c’hai-la-cellulite. E poi ci sono quei giorni lì: quei giorni in cui ti da fastidio perfino la stessa aria che respiri, quei giorni in cui c’hai un giramento di palle che-lévate-proprio. Quei giorni in cui avresti bisogno unicamente di un bagno rilassante agli estratti di mughetto, una coppa gelato alla vaniglia in cui affogare i pensieri (e il girovita), una maxi tee con cui girare indisturbata per casa senza sentirti l’ultima delle ciccione e qualcuno che ti dica ti amo. 
Non un ti amo qualsiasi, ma un ti amo-ti amo-proprio. Un ti amo anche-se-c’hai-i-giorn
i-tuoi, un ti amo che come-ti-sopporto-io-nessuno-mai. Ecco, tesoro, stai calma dillo a tua sorella o alla tua segretaria che reclama le ferie. Magari urlalo a tua madre quando ti dice che questa-casa-non-è-un-albergo. Digrignalo tra i denti quando la tizia del Mc Drive ti mette fretta nella difficilissima scelta del cetriolo si, cetriolo no.


Piuttosto vieni qui, dammi un bacio sulla fronte e stringimi forte.
Ok, non così forte.
E già che ci sei ,levati quei fantasmini bianchi 
che me fai venì il mal di vivere.