Le MILF sono destinate all'estinzione. Ed ora vi spiego il perché.

Vi chiedo scusa in anticipo se non ho avuto il tempo di inserire il jingle di Super Quark, che certo ben si sarebbe adattato ad un argomento di cotanto spessore, che rischia di avere serie ripercussioni sul genere umano e sul surriscaldamento globale: dopo il rinoceronte nero occidentale e la tigre del Caspio, sembra proprio che anche il destino delle Milf (conosciute anche come quelle-de-na-certa-età-che-se-fidanzano-con-i-pischelli) sarà ben presto archiviato in un fascicolo sotto la voce “specie estinte”.

Mi dispiace deludere le aspettative dei bacchettoni all’ascolto, ma il motivo principale di questa sconcertante estinzione di massa non è alcuna malattia venerea né alcuna pratica sadomaso-soft-chic (anche se, a furia di 50 sfumature di qua e 50 sfumature dellà, buona parte delle anta che si sono ritrovate a leggere delle prodezze smutandate di Mr. Grey, sono diventate un tantino esaltate a riguardo!): l’unico grande motivo che condurrà alla fine della Milf Dynasty è in realtà la sempre più dilagante affermazione di uomini-minkia tra gli esponenti delle nuove generazioni.

Bei tempi quelli in cui Sharon Stone e Madonna si incontravano per brindare al grido unanime di “Carne fresca!“, celebrando così la loro passione per giovani rampolli imbronciati o poco più che adolescenti detentori del titolo Mr. Maglietta Bagnata! Ora, al cospetto della regressione mentale e testosteronica delle nuove generazioni, a tutte le afecionadas degli under 30 non rimane invece che sentenziare con profonda amarezza: “Carne marcia!” (e sarei pronta a giurare che tutto ciò abbia considerevolmente influito sulle tendenze vegane di buona parte delle signorotte della upper class).

Qualche settimana fa ho avuto il piacere (se così vogliamo chiamarlo) di testare di persona l‘uomo-minkia in erba, che ovviamente non è l’uomo minkia sotto l’effetto di droghe leggere, ma quello che nonostante la giovane età, comincia a dare già segni di inequivocabile instabilità mentale.
A dirla tutta, ho avuto la possibilità di testare un nutrito gruppo dei suddetti esemplari: chiariamo subito il fatto che nel momento in cui è stato suggellato il mio primo incontro con la tipologia di uomo-minkia  di cui sopra, non mi trovavo di certo all’uscita di un istituto tecnico superiore o di una sala slot! Il fatto incriminato è infatti avvenuto in una location mondana, tra flute traboccanti Bellini e musica lounge in sottofondo, insomma, la classica location in cui una donna si augura fondamentalmente due cose: o che nessuno le rompa le palle e la lasci ingozzarsi liberamente di tartine imburrate in compagnia delle proprie amiche, o che se proprio ce dovesse provà qualcuno, che almeno si tratti di un tizio galante e non di un personaggio uscito fuori da un film di Verdone!

Buoni auspici che vengono (purtroppo) puntualmente delusi.

La prima tipologia di uomo-minkia in erba incontrata e testata (nel senso che avrei voluto prenderla fisicamente a testate) in questa occasione è stata quella del cafone da bancone.
Il cafone da bancone (del bar) è una creatura subdola, viscida ed odiosa che non sa minimamente cosa significhi essere galante. Anzi, a dirla tutta, egli non sa cosa significhi minimamente essere uomo, che se fosse per me, gli attributi che si ritrova tra le gambe li avrei già da un pezzo rispediti al mittente. Motivazione? “Incuria ed inutilizzo“.
Il CDB è in genere affetto da un bruttissimo male: l’ansia da cocktail. Egli infatti, pur di accaparrarsi una Caipirinha, è disposto a passare sul cadavere di tutti quelli in fila prima di lui al bancone del bar, donne comprese. Il CDB in cui mi sono imbattuta era uno di quei tizi sui venticinque anni vestiti di tutto punto, con gli immancabili mocassini women-repeller ai piedi e fazzoletto nel taschino della giacca, ma con la stessa eleganza di un fuoriligge del Far West: a nulla sono valse le mie occhiatacce ed i miei borbottii di sottofondo (” ci siamo prima noi comunque!” – “ma guarda ‘sto cafone!“), il CDB in questione ha infatti continuato a fare il vago per tutto il tempo, allungando insistentemente la mano con le drink-card sopra le nostre teste fino a quando non ha avuto le attenzioni del barman prima di quando gli sarebbe in realtà spettato.
C’è però da dire che la vita spesso sa essere una fantastica palestra di vita, e come recita il karmico “what goes around, comes around“, anche il CDB ha avuto la sua bella lezione: immaginate la mia espressione di goduria quando alle proprie richieste egli si è sentito rispondere dal barman che “Scusa, ma stasera i pestati non li facciamo!“, lasciando lui e la sua fidanzata (una wannabe-fashion blogger alta due metri, che non ha fatto altro che sbattermi inavvertitamente in testa la sua Chanel per tutta la durata del supplizio) impalati come due stoccafissi sotto sale. Welcome to the jungle, baby!

La seconda tipologia di uomo-minkia in erba di cui ho fatto la conoscenza è stata quella dell’uomo minkia gang:  infatti, dal momento che non possiede la minima nozione in fatto di ars da rimorchio, l’uomo minkia in erba decide generalmente di agire in gruppo. Questa sorta di “spirito di branco” non deve però essere vista come un solidale spalleggiarsi tra membri dello stesso sesso, ma come semplice necessità di unire più cervelli (annacquati) per riuscire a formulare una frase di senso (più o meno) compiuto che non faccia fuggire a gambe levate tutte le ragazze presenti.

Di necessità, virtù.  -come direbbero gli antichi –

Inutile dirvi che la categoria in questione ha delle tecniche di abbordaggio a dir poco rupestri, i cui cavalli di battaglia sono generalmente: un senso dell’umorismo stile “Vacanze di Natale ’90” (pi-pa-pa-para-po) ed una profondità di contenuti ed argomenti di cui discutere pari a zero. Nel corso della mia fugace esperienza (nel senso che sarei voluta fuggire a gambe levate già dopo mezzo secondo!) mi sono trovata al cospetto di quattro maschi poco più che ventenni, di cui quello più virile aveva il brillantino al naso, fermamente convinti di essere irresistibili grazie al loro atteggiamento da galletti del pollaio (“No perchè io ciò la Smart!”, cit.) e al loro spirito di patata (“Studi medicina?!
Ah, allora si me sento male, di sicuro non vengo a famme curà da te!”, cit.).

Si, irresistibili come un dito al cuore.

Per un attimo ho capito come deve essersi sentita Lucy, l’australopiteco, nel momento in cui ha tentato di socializzare con le specie meno evolute di lei: “No Maria, io chiudo la busta!”
Checché se ne dica, per me, Lucy s’è suicidata, talmente affranta dal dover uscire a cena con scimmioni analfabeti o hominidi con cui poter discutere di sola caccia e pesca. E devo purtroppo confessare che, ad oggi, molte giovani donne, acculturate e carismatiche, si trovano a vivere lo stesso disagio antropologico della nostra pelosa antenata.

Anche se non fossi stata sentimentalmente impegnata, mai e dico mai, mi sarei sentita di voler dare una seconda chance ad uno degli esemplari conosciuti quella sera. Fosse stato pure per una semplice hit and go. E voglio dire, sono una ragazza di ventiquattro anni, figuriamoci se avessi avuto la stessa età di Jennifer Lopez! Come minimo mi sarei sentita in diritto di fargli una bella strigliata di orecchie o di preparargli una zuppa di pesce come si deve, che a giudicare dal livello del loro QI, una generosa incetta di fosforo non gli avrebbe di sicuro fatto male.