Quando Leo Di Caprio ci piaceva con il caschetto. (#ThrowBackThursday)

Amiche mie, è inutile che stiamo troppo lì a ciurlarcela nel manico: con quale coraggio ce la prendiamo con gli uomini che hanno deciso di abbracciare discutibilissime scelte di stile (jeans con il risvoltino, calzino bianco di spugna, sandalo da missionario in Sierra Leone, tanto per citarne alcune), se abbiamo passato quel non-meglio-identificato momento di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza a sbavare per i ragazzini con i capelli a scodella?
 
Cioè, non è che ci piacevano quelli con la criniera da rocker maledetto o – che so – quelli con i dread in stile Bob Marley: noi eravamo andate completamente fuori di senno per una sfilza di esseri penieni (che forse manco avevano sviluppato) con i capelli alla Fantaghirò. Si, Fantaghirò: quella tizia perennemente in sindrome premestruale e che andava in giro a cavallo conciata come uno dei tre moschettieri.
Non so se ho reso bene il livello di degrado ormonale in cui eravamo sprofondate.
Una zazzera bionda, una frangetta para (!!!), due ciuffi lunghi fin sotto le orecchie erano sufficienti per farci credere che quella sorta di riproduzione in miniatura di un giovane Nino D’Angelo fosse l’uomo della nostra vita.
Nino D’Angelo. Mica il sosia di James Dean in “Gioventù bruciata”, capite?
Concorderete con me che Leo Di Caprio era in cima alla wish-list di gran parte delle adolescenti in circolazione: sono quasi sicura che la great combo di “ti fidi di me?” + caschetto biondo + simulazione del volo dell’angelo sulla prua del Titanic abbia fatto sviluppare precocemente più ragazzine di quanto non abbiano fatto gli ormoni nella carne da allevamento intensivo. 
Poi insomma, in Titanic ha fatto la fine che ha fatto, gli è cresciuta la barba, ha iniziato a frequentare solo ed esclusivamente tope bionde stratosferiche e a noi c’è passata la fantasia.
Devo ammettere che il caschetto da “ragazzino della porta accanto” (peccato che io abbia avuto come tali sempre e solo “cassonetti ambulanti”) è stato un vero è proprio cult della mia infadolescenza : vi basti pensare che non solo avevo la cameretta ed i diari tappezzati dalle foto di Nick dei BackStreet Boys, ma che addirittura firmavo le mie dediche con lo pseudonimo “la signora Carter”. Cioè davvero, una roba da perizia psichiatrica. 
 
Poi per fortuna, oltre alle ovaie, ho iniziato a sviluppare anche il senso del buon gusto e sono così approdata al long bob di Kurt Cobain, alla cresta di Travis Barker, al lungo wild di Brandon Boyd. E sono così felicemente uscita dal “tunnel del caschetto”. 
 
Anche se a furia di scriverne, m’è quasi venuta voglia di rifarmi il carré.