Non aprite quella tenda: storia di una donna, di un paio di grucce e di un camerino.

Ma i camerini dei negozi, esattamente, a chi li fanno progettare?
Dico, i piani alti delle principali case d’abbigliamento ci si devono mettere proprio di impegno per reclutare certe menti supreme, che, a giudicare dal frutto del loro operato, non hanno la benché minima idea di cosa significhi essere donna. Anzi, a dirla tutta, questi membri del “pirla team” una donna manco l’hanno mai vista in vita loro: non sanno come sia fatta, come si muova, cosa voglia (vabbè, su questo sarei disposta anche a spezzare una lancia in loro favore…) nè cosa ella pensi durante una seduta di shopping.
Però, voglio dire, mica ci vuole un ennesimo libro di Fabio Volo per capire che l’ultima cosa che una donna vuole quando va a far compere, sia quella di chiudersi dentro ad un loculo quattro-per-quattro con le luci da sala operatoria, no?

Allora, innanzitutto chiariamo la questione di come si debba chiudere un camerino: è forse così difficile progettare una semplicissima porta (con maniglia, a soffietto o a spinta tipo quelle dei saloon)? No, perchè io con quelle tende lì che mettete voi c’ho proprio un rapporto difficile, dal momento che non si chiudono manco se mi ci appendo con tutta la forza che ho in corpo. Possibile che quelli che progettano le porte dei wc pubblici siano tanto più intelligenti di voi? Io non ci vedo mica questa grande differenza tra l’abbassarmi le mutandine per fare pipì e slacciarmi il reggiseno per provare il triangolino del bikini, eh. Che poi, mica siamo tutte affette dalla sindrome delle bagnanti di Formentera, alias “spizzami le bocce, baby!”

Parliamo ora delle luci. Ma chi ve l’ha detto a voi che per tirarmi su la zip del vestito mi serve la luce divina del primo giorno della creazione? E soprattutto, avete una vaga idea della sottile differenza che esiste tra la couperose di Bianca Balti, facilmente addomesticabile con due spennellate al Photoshop, e la cellulite, o qualsivoglia inestetismo cutaneo, di noi comuni mortali? Quella roba per cui, per intenderci, più che di una revisione con Photoshop si necessiterebbe direttamente della reincarnazione? Ecco, io sinceramente se per provarmi un pantalone sono costretta a ripassare l’abc delle imperfezioni del mio corpo, a ‘sto punto me ne rimango a casa o vado dritta dritta al Mc Drive ad ordinare un Cheeseburger. Doppio e con salse.

Il “pirla team” è poi convinto che una donna vada a fare shopping pressoché nuda, con al massimo una handbag al braccio, perchè il portafogli, per quanto una possa essere dotata, mica te lo puoi mettere in mezzo alle chiappe, no? Dico io, vi costa tanto dotare un camerino di uno sgabello e di un appendiabiti come si deve? Ma che sono ‘sti treppiedi e ‘sti gancetti da muro Ikea che stanno su per miracolo?! E vabbè che una in primavera gira con il trench, ma il Woolrich da dieci chili del mese di gennaio ‘ndò l’appendo? Al collo della commessa? E non parliamo poi degli specchi, eh, che se magari prima avevo qualche dubbio nel comprare l’ennesimo blue jeans, dopo aver visto il riflesso del mio culo elevato al cubo, la voglia mi è passata del tutto.

E tu, cara commessa, è inutile che mi guardi con aria torva se ti lascio sul bancone un montarozzo di t-shirts e leggings da rimettere a posto: non so, dopo avermi azzerato l’autostima, volete pure che mi metto a piegà magliette e golfini? Cacchio, io qui c’ero venuta solo per comprarmi un maledetto blue jeans, mica per fare un provino per il remake di Cenerentola!