Cronache di una polpetta in palestra: LA SALA PESI.

Premessa: mi sono iscritta in palestra dopo quattro anni di attività fisica non meglio identificata (leggi: “fitness tutorial trovati su Youtube ed eseguiti a casa tra la scrivania ed il comodino, mettendo ogni giorno a serio repentaglio le porcellane di mia madre”, ndr). Che poi il “mi sono iscritta in palestra” non rende neanche a pieno la profondità del mio gesto: mi sono iscritta in palestra con la formula 13 mesi, conosciuta anche come “Se bella vuoi apparire, un rene ti devi ipotecare“. Quindi, a questo punto, come avrebbero detto Mogol e Battisti: lo scopriremo solo sudando.

Chiunque non sia propriamente nato sotto la buona stella del “fitness”, vive la sala pesi con la stessa nonchalance con cui Paris Hilton terrebbe una lezione su endecasillabi e parole bisdrucciole. In sala pesi, se sei polpetta, te lo si legge chiaramente in fronte (sudata) ed in ogni singolo gesto: non c’è completino figo firmato Domyos che tenga. 

Partiamo dalle basi: il riscaldamento cardio.

Se quei tapis-roulant potessero parlare, ci sarebbero fit-romanzi da scrivere per almeno i prossimi vent’anni: gente che corre con la stessa tenacia di tutti i maratoneti di New York, Kyoto e Padova messi insieme, gente che perde più liquidi di quanto non farebbe uno scolapasta agitato con passione da chef Cracco durante la scolatura dei tagliolini, gente che nel bel mezzo della corsa riesce a a) parlare con il vicino senza sputargli un polmone in faccia, b) fare telefonate di lavoro senza sembrare Roberto “Baffo” Da Crema, c) flirtare con il personal-trainer.

E poi ci sei TU, marcia a passo svelto e pendenza cinque, che ti chiedi di quali bombe si facciano quelli che “io adoro fare jogging“, quando sono passati appena due minuti e tu ti sei già ampiamente rotta i coglioni della vita. Per non parlare poi di quelli che “correre mi rilassa tantissimo“: dal canto tuo, trascorsi i primi dieci minuti, hai infatti già pensato a) almeno tre volte al tuo ex, b) al tuo ex insieme alla sua nuova fiamma, c) “cosa preparo per cena?”, d) “…avrò chiuso bene la macchina?”, e) Kinder Bueno. Per passare il tempo, decidi allora di concentrarti sul maxi-schermo in fondo alla sala, ma niente:  trasmettono il video di “Love don’t cost a thing” di Jennifer Lopez. Inevitabilmente paragoni il suo culo allo sformato di patate che c’hai al posto del fondoschiena e mediti il suicidio.

Prossima volta, cyclette.

L’approccio con la pesistica è poi pura fantascienza: se sei una fit-polpetta, tra bilancieri e panche piane, le prime volte ti sentirai a tuo agio come quando Julia Roberts/Vivian vestita da baldracca si ritrovò sotto gli occhi arcigni di un gruppo di commesse (simpatiche come una pannocchia nel deretano) in quella famosa scena di “Pretty Woman“. Voglio dire, provateci voi ad allenarvi con i pesetti da tre chili sotto gli occhi di un tizio con un bicipite su cui poter stendere un’intera confezione di Emiliane Barilla.

Ed è qui che mi sento di fare un sincero appunto ai designer della situazione: cari Enzo Miccio del body-building, ma era necessario marchiare a fuoco noi diversamente-palestrate?! Dico, era proprio necessario ghettizzare gli strumenti del nostro approccio alla “fitness industry”? Che già me lo si legge in faccia che sto allo sport come Madonna sta agli uomini maturi, poi ti ci metti pure tu con i pesi da un chilo color arancione “Anas“, quelli da due chili color rosa “Barbie” ed i tre chili color verde “Just Cavalli“. Strano che non li abbiate anche dotati di suoneria e lampeggianti incorporati, tanto per aumentare il tasso di discrezione generale! 

Già una in cuor suo vorrebbe ansimare come un labrador post-salvataggio ma non può (che qui c’è gente che alza sessanta chili con l’alluce, quindi vediamo di “show some respect, baby”), già una si sente osservata con pietà dagli attrezzi stessi (ma d’altronde non è colpa loro se quando impugni la maniglia della lat machine, più che una Svetlana Bilyalova, sembri Peppa Pig appesa nella cella frigo!), almeno non ci potreste riservare degli attrezzi(ni) scuri e sobri come le ultime collezioni di Victoria Beckham?

E comunque sappiate che “ride bene chi ride ultimo”: come Julia Roberts/Vivian vi stupiremo anche noi.