Puoi andare dove ti pare, ma non sarai mai troppo lontana per la sindrome premestruale. Neanche a Parigi.

Il mio secondo viaggio a Parigi me l’ero immaginato un po’ diverso, a dire la verità.

(Questo tanto per ricadere nello stereotipo della blogger choosy e rompicavolo, inaccontentabile come la signora dei Ferrero Rocher e piagnucolona come le eliminate a Miss Italia. Che poi, ad essere sincere, io mica pretendo la luna: mi accontenterei tranquillamente di una messa in piega acca-ventiquattro, una manicure senza sbavature e un paio di Stuart Weitzman ai piedi. Si, appunto, mecojoni.)

Innanzitutto mai mi sarei aspettata di partire alla volta della capitale più chic d’europa con trentasette e sette di rialzo termico. Non che io mi sia effettivamente messa lì a misurare la febbre, ma si sa che strumenti come il termometro sono a dir poco superflui per una donna. Questo perchè, quando noi donne ci sentiamo una cosa (indipendentemente dal fatto che si tratti di febbre o di corna), quella è. Ed io, questi fantomatici trentasette gradi e passa, me li sentivo tutti.
Ma proprio tutti tutti.
Così, dopo aver trovato la forza di aprire gli occhi e di buttarmi giù dal letto come un salame di cinquanta chili (ovvio che non peso cinquanta chili secchi, ma vi pare che mi metto a scrivere il mio peso reale?), mi sono detta che, con la faccia che mi ritrovavo quella mattina, molto probabilmente manco mi avrebbero fatto accedere ai gate d’imbarco. E non avrebbero avuto tutti i torti.

Che Dio abbia sempre in gloria il correttore per le occhiaie, il fondotinta e la tachipirina.

Parigi mi ha accolto con un cielo plumbeo e un pomeriggio windy. ( io lo so che a furia di parlare inglese in Erasmus, finirò come Terence Hill e il suo accento da zio-con-la-camicia-a-quadri-venuto-dall’America)
Un surreale viaggio in metro, con i sedili colorati e le musiche di Amelie in sottofondo.
Le vetrine retrò, un tappeto di foglie gialle, un infinito via vai di baguette.

Parigi è bella.
Bella sempre.
Soprattutto quando hai lì un pezzo di cuore.

Resta il fatto che, se c’hai i giorni tuoi e sei in preda ad un sottile delirio febbrile, di Parigi e della sua bellezza te ne sbatti un pochino. C’hai sonno, poi c’hai fame, prima ti viene da ridere, poi vorresti inginocchiarti sotto la Tour Eiffel e piangere lacrime grosse come castagne. Già per il semplice fatto di aver trovato vento e pioggerella, c’avevo un giramento di maracas che non sto qui ad illustrarvi: io dico, una prova a mettersi in tiro, nonostante c’abbia le ovaie sottosopra e la stessa voglia di imbellettarsi di Lady Oscar, una sta lì a mettersi tre strati di fondotinta e ad impasticcarsi come le tizie durante i rave party per sfebbrarsi un attimino e poi si trova costretta a combattere contro le intemperie. Come se non bastasse, a Parigi non c’hai un attimo per pensare: non ti è consentito fermarti in un angolino, spizzare la cartina e decidere sul da farsi. A Parigi te devi da na mossa: non puoi star lì a confabulare, riflettere, meditare, che già se so fatte le sette di sera e quelli c’hanno in mano le chiavi per chiudere musei, negozi e bagni pubblici. A Parigi devi correre: devi imparare a destreggiarti tra settordici linee della metro, che ormai non sanno più che lettere e colori inventarsi, devi imparare ad emulare i tizi dei Giochi senza frontiere, affrontando interminabili su e giù per le scale mobili, per non parlare di quando vai a timbrare il biglietto, che se poco poco soffri di cervicale o di artrosi, te voglio proprio vedè mentre scavalchi il tornello e dai un calcio rotante alla porta.
Ma che è? Un percorso di addestramento per i corpi speciali?
E tranquillo che lo faccio il biglietto, che non c’ho proprio voglia di fare il salto in lungo stamattina. Nè tanto meno di pagare trenta euro di multa.

Ora, immaginate di affrontare tutto questo in quei giorni lì, in quei giorni in cui c’hai due di pressione e zero voglia di sentirti urlare nelle orecchie “Pardoooon…Pardoooon”. Ma pardon de che? Dov’è che devi andare? Dov’è che devi correre come un matto alle sei e un quarto del pomeriggio? Non lo vedi che siamo tutti in fila e che la metro ancora non è arrivata? Ma comprati un monopattino e non venire a rompere i cotillons a me, grazie.
Ciò non toglie che la causa di tutti i miei mali rimango sempre e comunque io: io, che nonostante conoscessi già Parigi e nonostante mi sentissi energica come una galletta di riso ipocalorica, mi sono voluta girare la città in quattro giorni. E prima tutti gli Champs d’Elysèes, e poi millemila foto sotto la Tour Eiffel, e andiamo a vedere il Pantheon che non ci sono mai stata, e poi saliamo fino al Sacro Cuore, che ‘nsiamai me dovessi perde l’occasione di vedere da vicino le navate e i rosoni. E il giro di rito da Lafayette, il centro commerciale Pompidou, il quartiere degli artisti, i giardini di Lussemburgo.
Poi dici che c’hai la crisi ipoglicemica delle otto serali.
Poi dici che la mattina non ti si aprono gli occhi.
La verità è che alle donne, in quei giorni lì, non solo dovrebbe essere concesso il diritto di essere esonerate da lavoro, palestra e doveri coniugali, ma dovrebbe soprattutto essere vietato di prendere un qualsivoglia aereo e portare le loro chiappe e le loro crisi uterine altrove.

Ah, e comunque avrei due paroline da dire anche al tizio che al metal detector mi ha fatto togliere gli stivali.
Brutto pirla, cosa pensi che possa mai nascondere una con una faccia come la mia? Le figurine dei Pokemon? Un pacco di miniciccioli rossi e gialli? Hai una vaga idea di quanto sia complicato e noioso tirare su e giù una zip in quei giorni?

Paris c’est magique, ma se te rode il chiccherone non ci sono santi che tengano.

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