Quello che le donne non dicono. (E che poi non si perdonano.)

Tutto quello che vorrei ora è un sedile di pelle sotto al culo e la discografia di Bruce Springsteen a rimbombare nell’abitacolo dell’auto.
Anzi, facciamo che guido una bella decappottabile, va (che ad una Holly Golightly seduta in taxi, io ho sempre preferito la guida di Thelma e Louise con i capelli sconvolti dal vento – e con quel rossetto che non è rosso-ma-neanche-rosa).

Guidare. Vorrei guidare e basta. Percorrere un rettilineo senza meta (e possibilmente senza aut-eiaculatori precoci che suonano il clacson non appena scatti il verde del semaforo).
Accendere i fari nel cuore della notte e continuare a viaggiare fino al sopraggiungere dell’alba. Lo so, lo so: persino in uno spot della Redbull non si spingerebbero a tanto, eppure sento questo bisogno di restare sveglia, di non cedere mai. Perché il sonno porta consiglio, ma non sono i consigli che io cerco lungo la strada.
Io sto cercando me stessa. Disperatamente.
Ho fallito. E non sono ancora riuscita a perdonarmi.
Ad accettare il mio essere (splendidamente) umana, fragile e – dunque – fallibile.
Se mi guardo indietro, a com’ero un anno fa, non sento di aver fatto né passi indietro né passi in avanti: sento di essere rimasta ferma allo stesso punto. Come quegli orecchini che non ti levi mai, neanche per dormire o per fare la doccia. 
E nel momento stesso in cui ho realizzato di aver fallito, è come se avessi perso un po’ di smalto. Come se fossi rimasta arenata in un intreccio di sensazioni e delusioni – lavorative, affettive, personali – talmente trascinata in basso e lontano, da non riuscire a risalire completamente.
Gli occhi che si sono spenti, certi sogni, che da orgogliosi e fieri, si sono fatti tiepidi e sgualciti. L’essere diventata refrattaria alle good vibes sprigionate da un viaggio in aereo, da un brindisi sincero, da uno sguardo carico di desiderio. Le piccole vittorie e le gioie più semplici che sembrano quasi scivolarmi addosso: un piccolo attimo di euforia, poi subito il dimenticatoio.
Perché se non (ti) perdoni, non riesci a provare più nulla.
 
Lo sto cercando, questo maledetto perdono.
Lo sto rincorrendo, in un’auto immaginaria che sfreccia via lungo la Route 66 con Thunder Road ad alto volume, danzando sulla pista da ballo in tacco dodici, buttando giù un Captain Morgan, in una risata liberatoria con le persone che amo. Ed io non lo so mica se riuscirò a perdonarmi di non essere (stata) perfetta o all’altezza delle mie aspettative: non lo so quanto sarà lunga (e dura) questa strada da percorrere, dov’è che mi porterà a sbattere, se sarà in grado di rendermi migliore. O se invece mi farà solo mandare a puttane la frizione.
Vorrei perdonarmi, ma non so da dove cominciare.
Vorrei darmi una chance, ma ogni volta sento di averla sprecata in partenza.
Vorrei dimostrare a me stessa che il fallimento è un punto di inizio e non di arrivo: che fallire mi rende bella,umana, viva e non una vergogna. 
Che se fallisci in una direzione, hai la scusa per guardarti – finalmente – intorno e vedere quello che ti sei persa fino ad ora.

avrai

AVRAI.

Avrai. Migliaia di scalini da salire, strade da percorrere a fari spenti, luoghi in cui sopravvivere. Avrai giorni bui in…