Ragazze "less", ragazze "more".

Less is more, diceva Audrey Hepburn. E voglio dire, se lo dice nientepopodimenoche Audrey Hepburn, a te comune mortale, taglia quarantadue/quarantaquattro non resta altro che crederci. Ti devi fidare.
Poi però cominci a guardarti attorno, complice l’oscuramento di MegaVideo che non ti permette più di sballarti tra Colazione da Tiffany e Sabrina, manco fossi in preda ad un trip allucinogeno, e ti chiedi se Audrey non avesse un tantino esagerato.  O meglio, se non sei stata un pò pirlona tu ad applicare questa filosofia Hepburniana a tutti gli aspetti della tua vita.

Che faccio, mi trucco o non mi trucco? Nah, less in more.
Che faccio, lo do un altro esame in questa sessione? Nah, less is more.
Che dici, me le metto le mutande sotto questo vestitino inguinale? Nah, less is more.

E così ti ritrovi zitella, fuori corso e al gabbio. Well done, piccola Audrey.

Le parole basic e low profile occupano poco spazio nella mia vita: da sempre preferisco lo stile carioca di Christian Louboutin a quello pragmatico di Jimmy Choo, da sempre simpatizzo per il fascino chiassoso di Sofia Loren piuttosto che per gli sguardi vitrei di Ornella Muti e se proprio devo scegliere tra un piatto di spaghetti alla carbonara e una food session di nouvelle cousine, ovviamente mi butto sulla prima. Mica so scema, io. Come avrete poi notato sono priva del dono della sintesi, in genere pronuncio più parole io nell’arco delle 24h che Simona Ventura in tutta la sua carriera e per finire non mi piacciono gli uomini silenziosi e introspettivi. Bello, se hai qualcosa da dire, dilla, che non tengo tempo da perdere. Né tanto meno soldi da spendere in psicoterapia di coppia.
Sono poi stufa di queste sedicenti adepte alla filosofia radical chic, secondo cui solo ciò che è smorto, vagamente stilizzato e ridotto ai minimi termini è glamour. Ma chi lo dice, scusa? Personalmente evito come la peste bubbonica tutto ciò che sia prodotto in serie, dai quaderni Monocromo ai golfini di Zara. Quelli nei ventiquattro colori Giotto, per intenderci. Tutti uguali, appunto. Quelli che non fai in tempo a comprarteli, che già li indossano almeno dieci persone di tua conoscenza.
Detesto tutto ciò che è sottotono, dalle tee bianche, anonime quanto il fustino sfigato della pubblicità della Dash, alle ballerine nere di pezza, tristi come il minestrone di sabato sera. Chi l’ha detto che una stampa animalier deve essere necessariamente pacchiana? Chi l’ha detto che un paio di orecchini di ispirazione boho chic devono necessariamente far rima con Loredana Lecciso? Chi è la stronza che ha messo in giro la voce che per essere glamour ti devi vestire per forza come Padre Raph in Uccelli di Rovo?  
Io non ci sto. Io mi schiero a favore dell’estro, del colore e della creatività: io sono per il dettaglio, per l’accessorio che fa la differenza, per le voci che escono fuori dal coro. Non a caso sono stonata come le anatre di Central Park. 
Generalmente gli accessori che indosso dividono le folle: tralasciando gli uomini che no, proprio non possono capire, visto che per loro tutto ciò che allunghi la denudazione della femmina durante i preliminari è superfluo, tra le mie amiche c’è chi apprezza e chi no. Un tempo, da ingenua fashion addicted alle prime armi qual’ero, mi chiedevo perchè mai il mio anello vintage non potesse piacere. Ero sconcertata all’idea che una delizia del genere non lasciasse tutte a bocca aperta. “Mica sto andando in giro con un casco di frutta tipo donnina della Chiquita,” mi dicevo. Ora, invece, me ne frego. Che si tengano i loro gioiellini privi di carattere, che si tengano stretto il loro look alla Lucia de I Promessi Sposi: io me ne frego. D’altronde Lucia m’è sempre stata sulle palle: e fatteli due salti in padella con Don Rodrigo, invece di stare sempre lì a piangere come una disgraziata! Che donna pesante. Ma come si fa?

Lunga vita dunque  a Carrie Bradshaw e alle sue amiche, che hanno sdoganato il sesso frivolo e le stampe carioca.
Lunga vita a Giuseppe Zanotti, Steve Madden e Miu Miu che hanno messo le ali e un pò di pepe ai nostri piedini.
Lunga vita alla follia degli anni ’70 e ’80, che ci hanno liberate dalle calze contenitive e dalle sottane della nonna.
Lunga vita a tutto ciò che comincia con M: da Missoni a Mary Quant, da Moschino al Margarita, da Marni a Miroslava Duma.


E proprio quest’ultima fanciulla, celebre it girl e assidua frequentatrice di tutti gli eventi più glamour del momento, è la protagonista del mio ultimo post @The Italian Fashion T
ea
. Oggi abbiamo deciso di incentrare le nostre chiacchiere sulle icone di stile che più si addicono alla nostra filosofia di vita e di guardaroba, of course! E chi se non la dolce Miro, con i suoi outfit sopra le righe, con i suoi accessori che si trasformano in veri e propri capi, con la sua aria di chi è appena uscito da una photo session su Vogue America, poteva meglio rappresentare la mia sete di originalità ed estro?

 Miro, la sculata, rientra in quella categoria di donne che lo strazio della gravidanza, proprio non lo hanno patito: se la stragrande maggioranza delle donne in dolce attesa assume le sembianze di un bue e la stessa voglia di mettersi in tiro di Gianna Nannini, la Duma veniva immortalata nei panni di una quasi mamma fighissima, firmata dalla testa ai piedi, con un pancione che più glamour non si può…”
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Si.
E’ giunto il momento di buttare via quel golfino grigio topo.
E’ giunto il momento di spennellare di luce e di colori il vostro guardaroba. 
E’ giunto il momento di lasciarvi sedurre dal rumore e dalla frivolezza.
Che poi, detto tra noi, vi assicuro che anche la vostra brigitte bardot ne trarrà beneficio.
Provare per credere.

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