(S)fashion Blogger


La moda è un diritto di tutti, ci mancherebbe. Non sarà sancito dalla costituzione, ma alla luce dei numerosi brand low cost, del mercatino vintage dietro casa e dei consigli di Enzo Miccio, ormai tutte, e dico tutte, possiamo sentirci un pò più glamour e un pò meno racchie. Oggi poi basta un click e hai a disposizione milioni di fashion blogger pronte a illustrarti, tra un book a Santo Domingo e un cocktail party al Pentagono, quali siano le ultime tendenze e di quali capi must have necessiti il tuo guardaroba. Come se non fosse già abbastanza pieno.

Il little black dress. La camicia bianca. Il trench coat. Il denim. 

Per chi non lo sapesse, le fashion blogger sono un variopinto gruppo di fanciulle tra i venti e i trent’anni (fanno eccezione quella viziata di Surie Cruise e Anna dello Russo&il suo cerchietto d’arance), che passano intere giornate a sballarsi tra lustrini, stampe jacquard e clutch in pvc. 

Missoni. YSL. Prada. Chanel : un orgasmo quotidiano da schiaffare sul web, alla faccia di noi povere comuni mortali che già se ci mettiamo in tiro per il matrimonio della figlia del cugino del portiere è tanto. Non certo perchè siamo donne scialbe o prive di fantasia, noi siamo donne prive di tempo, che è diverso.
Essere una fashion blogger è una vocazione, è come prendere i voti: un costante dedicarsi a trucco&parrucco, agli abbinamenti ton sur ton, all’amico gay con cui fare shopping e all’immancabile fidanzato fotografo con la sindrome da Steve McCurry dei poveri. Un continuo corso di aggiornamento a bordo passerella, tra una pagina di Vogue e l’ultimo twitt di Olivia Palermo.
Mi sono resa conto che se avessi voluto abbracciare la fede fashion avrei dovuto avere a disposizione come minimo una giornata di quarantotto ore, a meno che non avessi desiderato uscire fuori corso, essere mollata dal mio ragazzo ed essere cacciata da casa a calci in culo.

Questa casa non è una passerella, baby. E manco una cabina armadio, se è per questo. 
E togliti quegli orribili pantaloni arancione Anas, che mi sembri il quinto cugino di campagna.


Ammetto però di essere un’assidua frequentatrice di fashion blog, sempre con taccuino e penna alla mano, pronta a non lasciarmi sfuggire l’ultima perla fashion. Devo però constatare, con mio grande disappunto, che alcune di queste sedicenti blogger, che dicono di ispirarsi liberamente ad Audrey Hepburn e a Coco Chanel, di chic non c’hanno manco le doppie punte.

La moda secondo Annagiuseppa.
 Io&la moda, amiche per la pelle. 
Metti mi piace se vuoi bene alla moda. 
Una sfashion blogger la si riconosce innanzitutto per il design del blog. Esse non conoscono minimamente il significato delle parole low profile e basic: un’accozzaglia di colori rubati alle divise di Sailor Moon e accecanti scritte glitterate accolgono il povero malcapitato nel loro covo di perdizione e cattivo gusto. Le riconosci per i post di quattro righe, scritti a caratteri cubitali con il font più glamour di sempre: il Comic Sans. Massì, quello che usavamo in seconda media per scrivere la relazione sulla riproduzione dei mammiferi e su Pipino il Breve. 
Le sfashion blogger si fanno notare per lo stile dei loro book fotografici. Non so quale anima pia sacrifichi il proprio tempo a scattare foto ai loro improbabili outfits, ma deve trattarsi di qualcuno di molto solo. E che soprattutto di foto non capisce una mazza. Tralasciando l’immancabile effetto sfocato (il che in alcuni casi è un bene) e la luce flebile da messa di mezzanotte, io vorrei tanto sapere con quale criterio scelgono le location. 
Il tristissimo parchetto sotto casa. Il balcone con lo stendino e la lettiera del gatto. La cameretta con i poster di Kledi. La discarica abusiva.
Per non parlare di quando immortalano i loro ultimi acquisti: che siano sparsi sul letto o appesi a infelici grucce in metallo, l’allure di questi scatti è paragonabile a quello di una foto segnaletica. Non c’è minima traccia di buon gusto, di impegno. Per bacco, gioia, ti spizzi miliardi di blog al giorno…ti sembra forse che Alexa Chung si faccia fotografare in mezzo ad un campo rom? Ti sembra forse che Miroslava Duma immortali l’ultimo paio di Jeffrey Campbell sopra la tavoletta del wc?!

Stendendo un velo pietoso sul contenuto dei loro post, che mettono a dura prova la professionalità delle giornaliste di Vogue America e di Harper’s Bazaar, direi di concentrarci su quello delle loro foto, che spero vivamente essere frutto di una grave malattia mentale o di una sniffata di colla vinilica. 
Per una sfashion blogger tutto fa brodo: dal cardigan premaman stile Joey Potter, all’abito batton-chic rubato alle cubiste del Goa. Una sfashion blogger mixa, sperimenta ed indossa tutto ciò che le si pari di fronte, senza alcun criterio di selezione. Senza il minimo successo. Sfoggiano cerchietti e mantelle preppy alla Blair Waldorf, ma per qualche strano motivo ti ricordano l’amica di tua nonna. Partono con l’idea di imitare Sienna Miller e finiscono con l’assomigliare a Cicciolina.
Dimenticate il color-blocking. Dimenticare il mix&match. Dimenticate il boho-chic. 
Il look delle sfashion blogger non conosce regole, se non quella dell’imitazione. L’imitazione del peggio, ovviamente. Uno stuolo di madonnine del pettoruto, a cui nessuno ha ancora messo il lucchetto al guardaroba nè tanto meno cambiato password al pc. Vivono con l’ambizione di spodestare Chiara Ferragni dal podio di Blog Lovin‘, a suon di culate e stiletti conficcati su per il naso, e con quella di morire un giorno obese, felici e con le arterie scrostate a furia de magnà quintali di macaronsLe sfashion blogger fanno rimpiangere i tempi dell’ austerity firmata Valentino e delle maioliche di Gianni Versace. Fanno rimpiangere le zeppe di Baby Spice e i grembiuli di prima elementareFanno venir voglia di mettere via il pc in un cassetto e di uscire ignude, con indosso solo due gocce di Chanel n°5.

(Sarebbe degna di nota anche la loro versione maschile, che ripropone fino alla nausea la tripletta della morte: mocassino, pantalone alla caviglia, borsa da sciura sottobraccio. Alti livelli di disperazione estrogenica. Ma di questo intendo parlare prossimamente, ndr)