Si, quella vestita di nero, affiancata da un paio di toy boy, che ballava come una Beyoncè dei poveri sul cubo del "Le Banque" di Milano, ero proprio io.

Prefazione della blogger – Per favore, qualcuno dica a certe milanesi che è un tantino presto per gli ugg e per gli zuccotti in lana, che vabbè che alla moda non si comanda, ma con diciotto gradi sopra lo zero non si sognerebbe di infagottarsi tipo esploratore sulla luna manco tutto il cast di Sandokan – La tigre della Malesia: nel mio primo soggiorno milanese sono infatti stata baciata dal sole e dalla fortuna, godendomi la città in piumino e sneakers, senza ombrello e meteoropatia da nebbia ( potendo così constatare che almeno il servizio meteo dell’aeronautica non si diverte a prendermi per il culo, visto che a quanto pare Branko e il suo oroscopo dell’amore cominciano a prenderci un certo gusto!)

Milano è bella di una bellezza che non ti aspetti, con il Duomo che fa capolino non appena ti affacci dalle scale del metrò, con Galleria Vittorio Emanuele e l’omonimo Corso, brulicanti di turisti e di vetrine d’ogni tipo (tanto da farti chiedere se non sarebbe meglio ribattezzarli con il nome di un personaggio femminile celebre, che figurati quanto je ne potevà fregà a Vittorio dello shopping!): in via Montenapoleone ho lasciato occhi, cuore e pensieri a quattro cifre sulle vetrine delle maison più prestigiose, da Luini (a pochi passi da Piazza del Duomo) c’ho lasciato invece tutti i buoni propositi della dieta. E non è stato per nulla semplice: per la conquista del celebre panzerotto (pugliese) è stato infatti necessario mettersi in fila per un buon quarto d’ora, e se i più deboli d’appetito avrebbero sicuramente desistito dopo i primi cinque minuti di fila, io ho dato prova di meritarmi il titolo di membro onorario del club “Fanculo la dieta“. D’altronde c’è chi vince la staffetta 4×100 metri e chi si aggiudica un panzerottino dopo trecento metri di fila. 

A Milano ho poi avuto modo di collezionare nuove figure au de merde, d’altra parte, quando non si può più fare affidamento sull’oroscopo di Branko e sui biscotti della fortuna, mi sono detta che forse era il caso di rabbonirsi la buona sorte in altri modi: quindi, perchè non divertisti a fare tre piroette, ruotando sul proprio tallone (manco fossi stata Anbeta Toromani) in corrispondenza dei poveri testicoli del celebre toro di Galleria Vittorio Emanuele, al cospetto di un milione di turisti giapponesi che mi mettevano molta più ansia di quanta me ne avrebbe messa essere interrogata in anatomia da Umberto Veronesi? Dicono che porti fortuna. Vi farò sapere.
Di Milano mi hanno colpito poi l’irriverenza della scultura L.O.V.E. di Maurizio Cattelan in Piazza Affari, la tranquillità respirata a pieni polmoni sulle panchine di Parco Sempione, l’eleganza del Castello Sforzesco, i brand giovani ed originali che possono essere apprezzati passeggiando lungo le vie del quartiere Brera. Una città a misura d’uomo, tra i tram che scorrono veloci, l’aperitivo delle sette e mezza, i tacchi rumorosi delle sciure ben vestite in Corso Como



Inutile continuare a dilungarmi nella descrizione della città, che per quello ci sono le guide turistiche della Mondadori, che-poi-tanto-lo-so che avete iniziato a leggere il post solo per conoscere i dettagli della mia night life, nonché del mio bottino di guerra. Il tasto dolente del weekend. Ebbene si, nonostante durante il mio soggiorno estivo in quel di Maiorca avessi avuto diverse occasioni per rivalutare la fauna maschile da Firenze in su, ‘sto maschio milanese mi ha un tantino deluso. Per carità: questi milanesi sono carucci, affabili, socievoli, gentili…ma con la stessa passionalità di una cotoletta del giorno prima. Partiamo dal presupposto che sono stata un tantino sfigata (che novità!) nel trovarmi nel posto giusto al momento sbagliato: venerdì sera al Bobino Club ero circondata da un esercito di trentacinquenni tamarri, con la camicia a righe bicolor e con tre chili di gelatina tra i pochi capelli che je restavano, sabato sera a Le Banque mi sono imbattuta invece in una serata erasmus in cui metà della gente sulla pista da ballo avrebbe dovuto indossare il grembiule a quadretti e chiamarmi “signora maestra”. Vabbè. Complice la buona musica e un discreto tasso alcolico non mi sono però voluta far scoraggiare dagli astri ostili e ho voluto dare una chance a i “meno peggio” della situazione (anche se avrei fatto meglio a fare la snob): tralasciando l’homus-mocassinus che nel bel mezzo delle nostre chiacchiere “easy” prende e mi bacia con la stessa voracità di un caimano (quasi da richiedere un’anestesia locale in day hospital) e stendendo un velo pietoso sul wannabe-Pierre-Casiraghi con l’occhio da triglia stordita sul bagnasciuga e la stessa carica testosteronica di Cristiano Malgioglio, sono riuscita ad inquadrare le tre tipologie del maschio milanese cheap in discoteca. C’è quello che ti lascia il suo numero e se vuoi lo chiami te ( magari quando ti si rompe il tubo del lavandino), quello che ti fa le battute alla Cochi e Renato ( a maggior ragione se sei terrona, quando magari lui stesso si chiama Vincenzo e non Franz Van Cazz) e quello che nonostante ricambi i tuoi sguardi sessosi, si mette a parlottare con la biondina anonima al suo fianco ( sperando che magari sia tu quella a sbatterlo al muro tipo sottiletta). 
Devo pertanto ringraziare non solo la mia splendida amica Sabry che mi ha introdotto alla movida milanese, ma anche due adorabili toy boy che si sono divertiti a ballare insieme a me sul cubo del Le Banque, risollevando il mio morale di donna del sud passionale ed incompresa, alla faccia dei pirla sulla dancefloor. E poco me n’è fregato se a fine serata sono stata costretta a tirar su con il mollettone quello che rimaneva della mia messa in piega, perchè…” forse certe donne non sono fatte per essere domate, forse hanno bisogno di restare libere finché non trovano qualcuno di altrettanto selvaggio con cui correre.” O con cui scatenarsi sulle note di Maracaibo. 

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/film/s/sex-and-the-city/citazione-311