In tacco 12 conquisti un uomo. In sneakers, tutto quello che vuoi.

Ci sono scarpe che parlano di serate mondane, di primi appuntamenti, di sogni ad occhi aperti. Sono in genere scarpe dai dieci centimetri in poi e con tutti i possibili optional (cinturini, stringhe fetish e plateau “non pervenuto”) per rendere il tuo mal di piedi un’esperienza che ha del paranormale (Non indossate quei sandali” is the new “Non aprite quella porta”).

Ci sono poi scarpe, consunte e divenute “bruttine” con il tempo, che parlano invece di viaggi, di lunghe camminate, di pezzi di vita vissuta. Quelle scarpe il cui disfarsi significherebbe buttare nel secchio dei rifiuti “non riciclabili” una parte di noi stesse. E neanche tanto piccola.

I bikers borchiati che mi hanno accompagnato in Erasmus (e per buona parte dei miei folli viaggi nel cuore dell’Europa), le espadrillas della mia prima volta in barca a vela (con lo stomaco sottosopra e le notti cullate dalle onde), le sneakers delle sei e mezzo del mattino (tra le lunghe giornate in corsia ed i viaggi in metro nell’ora di punta), le infradito flat trascinate per i locali di Maiorca (con un cocktail in mano e la voglia di non fare più ritorno): si, nei giorni più belli ed intensi della mia vita ho indossato scarpe decisamente dimenticabili. E che mi hanno permesso di ricordare tutto il resto.


Come è stato bello qualche giorno fa calzare un paio di sandali rasoterra, perdermi per i deliziosi vicoli di Arezzo, accostare la macchina per scendere ad ammirare un meraviglioso tramonto in aperta campagna toscana, terminare la giornata scorrazzando su di giri per le vie di Pienza – tra gli effluvi del vino rosso e quelli del vinsanto. E chissenefrega dei capelli sconvolti dal vento, del mascara colato o del vestitino in pizzo “profanato” a tarda sera da innumerevoli strati di cardigan e di pashmine “non meglio identificate” perché scusate-se-ho-voglia-di-cenare-all’aperto-anche-con-un-tasso-di-umidità-dell’80%. E chissenefrega ancora se nel bel mezzo di un matrimonio ho deciso di lasciare le tacco dodici ai piedi del tavolo, per scatenarmi come si deve tra il buffet dei dolci ed un “tanti auguri” della Carrà.

 

No, io non le capisco quelle donne che riescono a stare sempre in punta di tacco a spillo, che non scendono mai dai canonici dodici centimetri, che pure la scarpa da ginnastica deve avere la zeppa sennò-di-che-cosa-stiamo-parlando. Che io poi me lo chiedo se non abbiano i piedi di titanio o intercambiabili come quelli di certe bambole della mia infanzia.
Non capisco come esse non sentano l’esigenza di mettere per un attimo le Jimmy Choo in un angolo e di scatenarsi sulla pista da ballo, come non abbiano voglia di scendere da quei trampoli per una camminata a passo svelto sul bagnasciuga, come non gli sia mai venuto il desiderio di alzarsi in mezza punta per baciare qualcuno davanti al portone di casa.

I treni (e i taxi) da prendere al volo.
Le giungle metropolitane da attraversare.
I mari da percorrere.
L’intera discografia di Lady Gaga da ballare.

No, non mi interessa guardare il mondo sempre e solo dall’alto di un paio di platform, vivere perennemente con il distacco di un plateau vertiginoso, non poter tuffarmi a capofitto in tutte le cose meravigliose che capitano nella vita perché ma-dove-cazz-corro-co-ste-scarpe-che-faccio-la-stessa-fine-della-ragazzina-de-L’Esorcista-giù-per-le-scale

Datemi un paio di décolleté è vi conquisterò un uomo, datemi un paio di scarpe basse e vi conquisterò tutto il resto.


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Cancella e riavvolgi.

Come cantavano i The Cardigans: cancella e riavvolgi. Ogni volta che questo film ti sembri un melodramma senza fine,…