Ad una vita che va. Ad un’altra vita che viene.

Ho cambiato pelleCome i serpenti nel deserto. Come i divani dal tappezziere. Che persino “i Kiss non sono più quelli di una volta”. Ho cambiato pelle ed è stato doloroso – lento e molto doloroso: me ne sono spogliata centimetro per centimetro, non sapendo più chi ero. Non sapendo più chi sarei diventata.

Tutti quei mesi passati a cambiare pelle e all’inizio neanche me ne rendevo conto, talmente ero concentrata – ed abituata – a dare il massimo in ogni cosa mi capitasse sottomano: no matter what, perché per me l’importante era essere una femmina di successo. Perché avevo un così profondo bisogno di sentirmi “sulla strada giusta” – Wonder Woman dagli occhi tristi – da ignorare tutti i segnali disperati del mio corpo.

La testa sepolta – conficcata – sotto la sabbia, un tabella di marcia dai ritmi serrati: atteggiamenti tipici di chi non ha tempo (né il coraggio) di fermarsi a pensare. Che ad essere sinceri, non avevo più voglia di pormi domande o di mettermi in discussione: che qui sembra sempre che la gente sappia perfettamente dove andare, cosa fare, chi amare ed io invece, ogni volta che mi sono fermata a guardarmi dentro, non c’ho mai capito un cazz*. 

Desideravo con tutte le forze di eccellere in quelle cose per cui avevo lottato fino a quel momento. Quelle cose – strade, luoghi, persone – che credevo parte del mio futuro. Quelle cose che volevo sentire a tutti i costi parte del mio futuro – “non posso aver sbagliato anche stavolta” – ma che in realtà non facevano altro che portarmi via da me stessa.

Poi all’improvviso il mio corpo ha ceduto.

Poi all’improvviso il mio corpo m’ha urlato “ma dove cazz* credi di andare?

Il black-out. Le gambe che cedono. Gli attacchi di panico. Io che avevo sempre corso a marce alte, ero diventata una bicicletta senza ruote. E nel momento esatto in cui ho iniziato a sentirmi come un’auto in panne – quasi senza volerlo – ho scrollato via la sabbia dagli occhi ed ho iniziato a guardarmi intorno. Ho iniziato a guardarmi con onestà.

“E’ questa la vita che vuoi?”

“Stai lottando per la tua felicità o per come ti vorrebbero felice gli altri?”

Nonostante sapessi perfettamente cosa rispondere a quelle domande, continuavo a sentirmi come un’autostoppista da quattro soldi: “Dove deve andare, signorina?” – “Non ne ho la più pallida idea, ma mi porti via da qui”. E allora ho impacchettato le mie cose, mi sono tuffata tra le onde del destino, ho valutato nuove possibilità, ho lanciato i dadi della sorte: che quando non hai più niente da perdere, che quando hai avuto abbastanza palle per dirti “questa non è la mia vita“, non ti resta che iniziare a vivere di pancia.

Che quando non sai più dove andare, né dove sbattere la testa, spesso è la vita a scegliere per te (se solo glielo permetterai). Che la strada maestra non la trovi con Google Maps, ma perdendoti nella bellezza delle stelle. Che i cambi di rotta spaventano solo coloro che non sanno navigare: fuori e dentro di sé.

Domani per me inizia un nuovo percorso – fifa mista ad entusiasmo – e se neanche questo dovesse essere quello “giusto”, non me ne farò una colpa. Perché forse il segreto per una vita felice è sentirsi come un gatto dalle innumerevoli vite: che sarà anche vero che generalmente non conto fino a dieci, ma in fatto di “rinascite” sono pronta a fare un’eccezione. Decisamente.

 

avrai

AVRAI.

Avrai. Migliaia di scalini da salire, strade da percorrere a fari spenti, luoghi in cui sopravvivere. Avrai giorni bui in…