Io che sono nata per vivere. Non per sopravvivere.

E’ uno di quei periodi in cui ti attacchi ad una scatola di cioccolatini con tutte le forze che hai, sperando che prima o poi passi (almeno prima di trasformarti in un baule dell’Ikea). Confesso di averne appena mangiati sette di fila, uno dopo l’altro, con una voracità ed un tempismo che chiaramente fanno di me una bulimica del cuore. Quel riempire spazi – veri o presunti – divenuti ormai troppo grandi ed assordanti, con una punta di dolcezza sulla lingua, quando tutto il resto sembra essere un tantino insapore. Anzi rettifico: decisamente insapore.

Mi chiedo dove siano finite le mie energie. Mi chiedo dove sia finito il buonumore che mi ha portato ad affrontare a testa alta (e spesso  a vincere) battaglie e vere e proprie guerre nell’ultimo anno. Ho ormai accettato da tempo di essere una creatura inquieta, lunatica e dalla serenità (molto) a targhe alterne, ma se c’è una cosa che detesto è sentirmi vittima. Perché io odio (concedetemi la licenza poetica) le persone che fanno le vittime. Eppure è così che mi sento: vittima di una vita che mi sta scorrendo addosso con la stessa ferocia con cui la piena del fiume sfonda gli argini. Ed io con l’acqua alla gola non sono propriamente la Pellegrini, ecco.

 

 

Il lavoro con le sue scadenze, le sue responsabilità, la sua routine (io che di routinario non ho neanche il nome). La stanchezza che non mi molla neanche dopo otto ore di sonno ed una domenica imbalsamata sul letto (io che avrei sempre voglia di fare, uscire, scoprire, brindare, scrivere, vivere a marce alte). Le persone che vorresti più vicine, costrette ad esserti lontane. I viaggi che vorresti (e potresti) fare, costretti ad essere rimandati fino a “vedere scadenza sul retro”. Il cibo che sul vassoio della mensa non ha lo stesso sapore di quello condiviso con chi ami.

Questa vita che durante la settimana si riduce al tragitto casa-lavoro and back. Questa vita che durante i weekend un po’ non riesce a decollare come vorrebbe (il mio corpo spesso non risponde), un po’ non sa più a chi dare resti (amicizie, amore, famiglia, impegni che ti si piazzano sullo stomaco quando avresti bisogno solo di una pista ciclabile vista mare). Questa vita in cui ti sembra sempre di non avere tempo per niente e per nessuno (soprattutto per te stessa). Questa vita che sembrava pronta ad esplodere in cielo  – sbo-bom! – e che invece ora sembra essermi scoppiata tra le mani – bang! . Ed io faccio quasi fatica a raccoglierne i pezzi.

 

E’ quella fase del “vorrei (fare, uscire, scoprire, brindare, scrivere, vivere a marce alte) ma non riesco”. E’ quella fase delle ali che da spiegate si sono ritrovate spiegazzate. E’ quella fase delle radici senza fusto. E’ quella fase del “mi sto perdendo i miei anni migliori nel modo peggiore”. Non vivendo, ma sopravvivendo. Ahi, che dolorIl tempo, in questo preciso momento della mia vita, è davvero un tiranno di merda ed io non riesco più ad assaporarla come ho sempre fatto.

Qualcuno conosce forse un rimedio della nonna per far tornare presto l’appetito?

cancella

Cancella e riavvolgi.

Come cantavano i The Cardigans: cancella e riavvolgi. Ogni volta che questo film ti sembri un melodramma senza fine,…