What doesn't kill you, makes you stronger: Berlino e la maledizione di Nefertiti.

A Berlino io non ci torno più.
Dopo essere stata trattata con aria di sufficienza da qualsiasi forma di vita esistente, camerieri di Starbuck’s compresi, dopo otto ore di attesa per il pullman del ritorno, dopo aver dovuto insegnare l’educazione ad un paio di idioti in piena sbornia, io non ci torno più.
Sono rientrata stamane alle ore sei del mattino, stanca e provata come se fossi stata reduce dalla guerra del Vietnam piuttosto che da un weekend fuori porta. 
E secondo me la colpa è stata tutta di Nefertiti.
Che se gli egittologi c’hanno la maledizione di Tutankhamon, te pare che quelli che vanno al Neues Museum di Berlino per ammirare il busto della bella regina egizia e tutto il resto del cucuzzaro (alias, sarcofagi ed outfit delle mummie) non si debbano beccare come minimo un paio di macumbe? 
Innanzitutto, all’indomani della nostra visita al Neus Museum, ha piovuto qualcosa come millemila ettolitri di acqua, tanto da costringerci a chiuderci nuovamente in un museo, nonostante fossimo già ad un passo dalla sindrome di Stendhal dopo esserci fatte praticamente tutte le esibizioni della Museum Island. Si, lo so che in fondo poteva andare molto peggio, dal momento che potevano piovere cavallette o palate di letame, ma vi assicuro che farsi tutta Berlino sotto la pioggia, con la borsa a tracolla e la reflex in mano, non rientra assolutamente ne “Le cento cose da rifare assolutamente nella mia vita”. Manco per il cavolo.
Nefertiti-la-iettatrice, non contenta di aver mandato affanculo la mia photo session ai piedi della Porta di Brandeburgo, si è divertita poi ad attirare ogni forma di vita dotata di antipatia e sindrome da maestrina nei miei paraggi. 
  • Camerieri di Starbuck’s che ti ripetono centomila volta di smammare dal loro locale, che-loro-stanno-chiudendo, non rendendosi conto che tirare su la zip del giaccone e raccogliere le proprie cose richiede come minimo un trenta secondi e che, no, io non sono Arturo Brachetti.
  • Camerieri non meglio identificati che continuano a fissarti impazientemente, lasciandosi sfuggire di tanto in tanto un affranto Hallo!, mentre tu stai lì intenta a consultare il menù, cercando di capire come si scriva cioccolato o cappuccino, che-a-me-me-parevano-tutte-parolacce.
  • Addetti alla sicurezza dei musei che pensano che, nonostante il tuo metro e sessantacinque di altezza ed il tuo sguardo intelligente, tu abbia ancora undici anni e non sia in grado di capire da sola che zaino e giaccone si lasciano nella locker room. E che no, non hai nessunissima intenzione di sbatterli contro un dipinto di Renoir.
  • Ragazzi tedeschi (più o meno ubriachi) che ti fanno il cazziatone semplicemente perchè ti fa cagar all’elettronica preferisci la commerciale o perchè no, nun je la poi proprio fà a bere un’altra cosa dopo una birra ed un cuba libre. (Inutile dire che, complice il mio alticciume, sono stati gentilmente mandati affanbrodo, in un inglese perfetto e con girata di tacchi da manuale)

    Tralasciando la totally unpoliteness del prossimo, che se li avesse colti in flagrante Angelona, gli avrebbe fatto un culo grosso come il suo, la maledizione di Nefertiti ha poi preso corpo in una misteriosa cancellazione della mia prenotazione in ostello (CityHostel, mi hai delusa!). Roba che il giorno prima hai la tua stanza e il giorno dopo, rientrata alle due di notte ( e dalla litigata con i suddetti mocciosi ubriachi), vieni accolta con un “scusaci tanto, c’è stato un problema con il database, abbiamo dovuto dare il tuo letto ad un altro ragazzo!“. Si, scusa un cazz ciufolo. E non parliamo poi di quando perdiamo il pullman del ritorno per un pelo perchè a) la tassista aveva un’idea tutta sua di cosa significasse “guidare a tavoletta”, b) abbiamo beccato dieci semafori rossi, un risciò in una strada a senso unico, un’ambulanza a sirene spiegate, c) uno dei due posti prenotati è stato ceduto ad un non meglio identificato tizio pelato (brutto, sporco e cattivo) perchè dal loro database (aridaje) non risultava fosse stato già profumatamente pagato. E a tal proposito stenderei un velo pietoso sulla professionalità e sulla solidarietà femminile della signorina del pullman stronza, sulla cavalleria del tizio pelato, che se c’era mi padre, vedi come gli tornavano in auge i bulbi piliferi.

    Morale della favola: otto ore di attesa (dalle cinque del pomeriggio all’una e un quarto di notte) nei pressi della stazione dei pullman, di cui tre trascorse in un bar sperduto nella periferia di Berlino (a sorseggiare Sprite, con le voci in sottofondo di tre adorabili pensionate e con la cameriera che non aveva idea di cosa significasse la parola “wi-fi”), quattro spese in un ristorante messicano-spagnolo ( dove per la disperazione, oltre ad un cheeseburger, mi sono fatta portare anche un Bailey’s e un milkshake, mentre con la mia coinquilina, dopo aver giocato a nomi-cose-città, non sapevamo più come ammazzare il tempo), una passata a sonnecchiare in stazione, con un occhio chiuso e l’altro aperto che non-sia-mai-ci-dovessimo-addormentare-sul-più-bello.
    Ebbene, a Nefertiti e a tutte coloro che hanno pensato bene di portarmi sfiga (perchè sono sicura si tratti di donne) durante il mio soggiorno berlinese, posso scrivere a gran voce: 
    Kiss my ass, bitches! 
    Sono sopravvissuta. 
    Harder, better, faster, stronger.


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