Cambiamento: la lunga strada verso la felicità.

In molti mi dicono che sono cambiata. Vero. Ed innanzitutto per il mio cambiamento esiste un preciso mantra: “Non devo dimostrare niente a nessuno”.

Si. Ammetto di non essere propriamente convinta della sintassi della frase di cui sopra, ma non avrei saputo esprimere meglio il concetto. I puristi del settore (e la mia ex professoressa di grammatica) mi perdonino. Non devo dimostrare niente a nessuno. Neanche a loro, d’altronde.

Sei. Ci sono ben sei lettere “n” all’interno della suddetta affermazione, mentre tre sono le parole che esprimono chiaramente una negazione.

Non.

Niente.

Nessuno.  

Incredibile. Assolutamente incredibile come in una frase che metterebbe con le spalle al muro perfino il più convinto dei “motivational coach”, ci sia in realtà il più nobile dei propositi.

Vivere.

Ovvero: tutto quello che respira, cresce e si muove lungo la sponda diametralmente opposta a quella in cui ho speso almeno vent’anni della mia non-vita. Ciò che di più lontano possa esistere rispetto a quasi tutto quello che ho fatto fino ad ora:  ovvero vol.2, sopravvivere. Perché oltre ad un “mantra”, per il mio cambiamento c’è stato (e c’è tuttora) anche un reale percorso.

Per molto tempo ho cercato di essere la versione migliore di me stessa, per come il mondo si aspettava che io fossi. Poi, inconsciamente, ho iniziato a ribellarmi. 

Il primo a rifiutarsi è stato il corpo, poi è stato il turno del cervello. Un processo lento, lungo e doloroso: mi sono ritrovata a vivere divisa a metà (come le aiutanti di certi illusionisti) tra una sponda e l’altra, letteralmente attraversata e smembrata dal fiume.

Ouch, che male.

E non è che te ne accorgi subito che stai cambiando, eh. All’inizio non capisci più un cazzo. E non è che sei subito consapevole che stai lottando (corpo e cervello insieme) per riappropriarti della tua vita. Per anni vedrai solo i tuoi fallimenti e ti dirai che sei mediocre.

Non ti renderai quasi conto della forza che metterai per ridare un senso alla tua vita: quello che ti è sempre appartenuto. Tirerai fuori un coraggio da leone, ma sarai talmente accecat* dalle cose inutili che avverranno attorno a te, da non rendertene conto.

Peggio: ti darai dell’incapace.

Perché mentre una parte di te macinerà chilometri instancabilmente, portandoti giorno dopo giorno lontan* anni luce dalla persona piccola ed incompiuta che eri, l’altra resterà per diverso altro tempo incapace di vedere e di sentire il cambiamento. Tutto questo ti farà soffrire. Enormemente. E a quel punto c’è solo una cosa che potrai fare: resistere. Terrai botta, incasserai colpi come un boxeur. Ed il segreto sarà accettare questa incontrollabile necessità di odiarti, ma mai fino in fondo: ti darai sempre almeno una possibilità.

Ad un certo punto poi, non chiedetemi come e quando (che mica l’ho ancora capito), ti sbloccherai.

Et voilà.

Mollerai cime, zavorre ed altri pesi inutili che ancora trattenevano parte di te alla sponda della “sopravvivenza”. Ti ricongiungerai – corpo e cervello – laddove (dicono) inizia la vita. La vita vera. Ed è proprio lì – dopo aver raccolto i pezzi ed esserteli incollati alla meglio – che finalmente sarai in grado di vedere. Chi eri, chi sei ora: prenderai finalmente consapevolezza del miracolo a cui hai contribuito. E sia chiaro che nulla ti è stato donato dal cielo – ora lo sai- perché ti sei fatt* un culo così per essere il tuo piccolo grande miracolo. Laddove tanti si fermano, tu hai proseguito. Laddove molti soccombono, tu hai lottato, credendo di meritarti la felicità. Giusto. Giustissimo. Indiscutibile verità.

Ad oggi mi dico che non sono perfetta, e forse neanche mi interessa. Posso però dire di aver cercato negli ultimi anni di essere la versione migliore di me stessa, per come sento davvero di essere. E cerco ogni giorno nuovi modi per dimostrarmelo.

Photo credits: vogue and other pleasures

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